8 - La fuga
25 giugno 2028
Canada
Corro verso sud. La radura è coperta di erba secca e cespugli, le foglie marroni si staccano dai rami al mio passaggio. Davanti, tre montagne si stendono all’orizzonte, La prima vetta, a destra, sovrasta le altre due. Mi manca il fiato. Inciampo su un sasso. Faccio un capitombolo dentro una buca, la terra, sui palmi, si tinge di rosso. Il bruciore arriva fino ai polsi. Agito le mani su e giù, come se potesse servire a qualcosa.
Sem mi guarda e miagola.
Scrollo la polvere dalla borsa. Le ombre sull’erba si allungano. L’ultimo spicchio di sole scompare oltre la prateria, il contorno, sfumato d’arancione, si dissolve sopra i fiorellini dai petali viola. Meglio camminare ancora un po’, devo allontanarmi il più possibile da loro.
Mi alzo, il vento mi sposta la borsa. Le gambe vacillano. Non riesco a chiudere i pugni, le dita sono congelate. Ci alito sopra, le strofino tra loro.
Una goccia bianca mi scivola dal naso.
Il sole è tramontato, il cielo è scuro, pieno di stelle. Alcune più grandi, altre appena visibili. Sopra il picco compare un chiarore, la cima è coperta da grossi artigli di ghiaccio. Mi riposo solo un attimo.
Una scia luminosa attraversa il cielo.
Esprimo un desiderio: vorrei rivedere la nonna e Anori, un giorno.
Mi accovaccio nella cavità del terreno, fa freddo.
La luna sale dietro la cresta e scopre le rocce, una dopo l’altra. Il ghiaccio brilla per un momento e si spegne.
Mi copro la faccia con il cappuccio.
L’odore dell’erba si fa largo tra la pelliccia del parka.
Sem è rannicchiato vicino al mio petto, di solito si lamenta per la fame. Stavolta no. Sarà stanco, poverino.
Dai cespugli arriva un fruscio. Un’ombra si allunga sul terreno, larga, scura. Una zampa, con artigli lunghi, di quelle che fanno paura nei racconti.
Mi giro dall’altra parte. Sulle pietre, una grande bocca piena di zanne. Mi abbasso di più e stringo Sem.
Lui miagola
«Zitto, o il mostro verrà qui.»
Un crepitio alla mia sinistra, qualcosa si avvicina, sarà un animale cattivo.
Mi appiattisco più che posso e chiudo gli occhi. Spero solo che non mi trovi.
«Uffa, lasciami in pace, gattone. Solo altri cinque minuti. E smettila di nitrire, sei un gatto tu.» Sollevo le palpebre. «Vedi? C’è ancora buio.» Mi strofino la faccia. Perché c’è una pancia pelosa sopra di noi? «Wow, Sem… sono cavalli. Lui ha lo stesso tuo disegno, e il mantello macchiato di marrone. Hai visto? Lo chiamerò così.»
Mi alzo, il cavallo mi spinge con il sedere e mi butta a terra. Ma che fai? «Cavallino, fammi alzare.» Appoggio le ginocchia, mi agita la coda sotto il mento. «Sem, che cos’è quell’affare lì, sotto la pancia?»
Sem sbadiglia. Salto in piedi, vado giù un’altra volta. Mi ha fatto cadere di nuovo.
«Cavallo, sei cattivo!» Incrocio le braccia. «Non voglio stare giù, perché non vuoi? Guarda che ti raso la criniera e resti calvo, uffa.»
Un boato, seguito da un sibilo, arriva dall’alto.
Infilo la testa tra due cavalli.
Sopra di noi c’è una casa nera che galleggia nell’aria, ha tante finestre illuminate. La parte bassa ruota. Ne escono fumo e fiamme arancioni. È dieci volte più grande della nostra, sono gli stessi che erano arrivati al villaggio.
Mi hanno trovata, come avranno fatto?
Macchiato mi colpisce di lato e finisco nella polvere.
«Vieni da me, Sem. Restiamo nascosti.»
I cavalli si stringono intorno a noi, il sibilo si sposta, prima a destra, a sinistra. Passa sopra un’altra volta e si allontana, sempre più distante.
Il cuore riprende a battere calmo.
Mi alzo. La visuale non è cambiata: solo zampe e pance di cavalli. Macchiato mi sfiora la spalla con la punta del nasone.
«Piano, non spingere.» Indico il puledro. «Guarda, Sem. Mangia l’erba.» Sarà buona? Strappo qualche foglia e la morsico. «Bleah, che schifo.» La sputo, mi passo la manica sulle labbra e la mano sopra la lingua. Macchiato mi struscia il muso tra le gambe. «Che intenzioni hai?» Faccio qualche passo indietro. Avanza ancora, abbassa la testa fino ai piedi. «Vuoi che ti salga sopra?»
Il cavallo agita le orecchie. Salgo sopra la sua testa, mi ritrovo con il sedere sulla nuca. Lui solleva il collo. Striscio, arrivo al garrese, mi fermo sul dorso. Macchiato muove uno zoccolo.
«Come vuoi, non arrabbiarti. Ora mi giro. Che brutto carattere che c’hai.» Cambio posizione. «Sem, vieni su e tieni dentro le unghie.» Per lui dovrebbe essere semplice, invece esita, salta. Lo prendo per le zampe, lo tiro.
«Stai bene, gattone?»
Si sdraia tra le gambe, restiamo fermi. Mi aggrappo alla criniera, ci siamo. Macchiato si mette in movimento, i muscoli si tendono. Mi accovaccio in groppa è morbido. Un fremito gli percorre la schiena.
Parte al trotto.
Raddrizzo il dorso, l’aria fredda mi pizzica le guance. «Wow, è bellissimo.»
La mandria ci corre a fianco, dietro un polverio marrone. Macchiato salta i sassi, fiancheggia i cespi.
Lasciamo alle spalle le montagne dalle cime bianche.
Davanti a noi, molto lontano, una vetta nascosta da nuvole nere. È lì che andiamo.
Pare che qualcuno mi abbia preso a calci nel sedere per tutto il giorno. Mi fanno male i muscoli e la schiena.
Come glielo dico che mi voglio fermare? Che fa, rallenta? Come ha fatto a capirlo?
Costeggiamo il fiume. Macchiato rallenta, si ferma vicino a un tronco rovesciato. Appoggio un piede sopra, scivolo giù dalla sella e tocco terra.
Mi massaggio le natiche, ho il corpo a pezzi.
Sem allunga le zampe e la coda. Butto un occhio all’acqua, spero ci siano pesci. Raggiungo la sponda, immergo la fiaschetta, gorgoglia, salgono bollicine. Bevo un sorso. Frugo nella borsa, dovrebbe essere qui. Eccola. Afferro la lenza, manca solo l’esca.
Sollevo una pietra. C’è un insetto nero, minuscolo, con antenne e un sacco di zampette. Pensavo di trovare solo vermi, sotto i sassi. Scavo una buca nella terra. Le dita brillano lungo il contorno. Ho fame, tanta. Trovato, un verme bello grosso. Ne infilo un pezzetto sull’amo e lancio. Uffa. È finito a un passo dalla riva. Recupero e rilancio più in là, va meglio. La pancia brontola. La mia e quella di Sem. Mi butto sull’erba e arrotolo la lenza all’indice. Anzi, no, meglio di no.
I miei amici si danno da fare con le mascelle. A giudicare dalla cacca, sembra che tutto il terreno marrone qui intorno sia uscito dal loro sedere. Non ci credo, ha abboccato. Lo lascio tirare ancora un po’, preso. Tra poco si mangia.
Dovrei avere ancora l’accendino che mi ha dato Leo. Frugo nella borsa, così accendere il fuoco sarà più facile.
Dispongo le pietre in cerchio: due rotonde, una più grande dell’altra, con tre venature blu. Una terza è grande come il mio piede, spigolosa e verde. Un’altra è ovale, liscia, tagliata a metà da una striscia gialla. Ne raccolgo altre tre, dovrebbero bastare. Sistemo al centro del cerchio di sassi un po’ di legna, con frasche secche sotto.
Adesso viene il difficile. Vediamo, alzo il coperchio, giro la rotella e scatta una scintilla. Riprovo, niente. Ancora.
Si accende una fiammella, la porto vicino alla paglia e soffio. Il fumo mi entra negli occhi, bruciano. Respiro male, tossisco. Appoggio i tre pesci sulle pietre.
I cavalli brucano, dal muso spuntano denti enormi. Agitano la coda da una parte all’altra. Un puledro grigio cerca le mammelle della cavallina con il muso bianco. La chiamo Musetta.
«Questo è per te, Sem. Ahi, scotta.» Appoggio il pesce sulle foglie, un altro lo lascio sulle pietre. Lo divido in due e ne strappo pezzi di polpa, sul sasso restano la testa e la lisca.
Erano buoni.
Un tizzone si rovescia, il fuoco scoppietta, le scintille salgono e si spengono. Sem assaggia appena il cibo.
Apro la borsa e controllo il seme, la striscia verde si è dimezzata, anche quella azzurra ha un pezzo in meno.
Devo sbrigarmi. Ma andare dove?
Chiudo gli occhi, il fiume gorgoglia. C’è odore di popò di cavallo.