1 - Il sogno
15 giugno 2028
Canada, Accampamento Inuit
Il cielo è tutto strano, mischiato. Né giorno né sera. Il vento mi gratta dentro le orecchie, spinge fin sotto la giacca, morde le scapole. Mi viene da girarmi, come se potessi chiuderlo fuori, ma non si chiude niente. La neve fa giri storti, non decide dove cadere. Le dita fanno male. Dure, come se volessero staccarsi. Meglio rientrare. La Nonna si spazientisce in fretta quando tardo.
Attraverso il tunnel, la testa bassa. Il ghiaccio mi tocca le spalle, scivola giù. Sollevo la pelle di foca e mi infilo dentro. L’aria cambia subito. Sa di fumo e grasso caldo. Le pelli di renna pendono alle pareti, trattengono il respiro del fuoco che borbotta sotto la pentola. Quando esco, poi lui non c’è. Sem fa sempre così. Si infila nei buchi, sparisce, mi guarda da qualche parte ridendo senza rumore.
«Sem? Dove ti sei cacciato stavolta?»
Conosco tutti i posti dove si infila. Sempre gli stessi. Con quella coda non riesce a nascondersi davvero. Alzo il coperchio della panca. Dentro è un casino: pelli arrotolate, barattoli mezzi pieni, ossa, corde, un guanto. Li butto fuori uno a uno finché non appare il fondo. «Dai, gattone, ti ho beccato. Vieni fuori, non ti faccio nulla, giuro.»
Solo il rumore del fuoco.
Lucja è girata di spalle, muove il mestolo nel pentolone, lenta. «Non chiamarlo solo con la voce, Silgiu. Prova col cuore.»
Mi viene da ridere. «Col cuore non si dice niente.»
Lei si volta, mi sfiora la guancia con la mano ruvida. «Ti sbagli, piccola. È col cuore che si dovrebbe dire tutto.»
Le fiamme battono sul muro, rosse e gialle. Lì dietro c’è buio. Sem è nascosto. Lo so. Voglio solo tagliargli le unghie. E i baffi, dopo.
L’acqua bolle, butta fuori il vapore. L’odore mi entra in pancia. Tolgo il parka, l’aria mi morde le braccia.
Lucja assaggia. «Amore, è pronto.»
Che fame. Appena sente odore di cibo, Sem si fa vivo, sicuro. Salgo sulla sedia, il tavolo mi batte contro il collo. «Nonna, dov’è il cuscino?» Lei mi passa un dito sotto il mento. «Tu dove lo hai lasciato?» Piego le gambe, le metto sotto il sedere. Ora ci arrivo meglio. «Perché dobbiamo andar via quando il ghiaccio si scioglie? E perché la casa di Anori non è come la nostra? Cosa mangiano gli alberi?»
Nonna è vicina al fuoco e scuote la testa. Rigira il cucchiaio di legno nella pentola. Il vapore sale e sa di zuppa di pesce. «Quasi tutte le piante assorbono i sali minerali disciolti nel terreno.» Avvicina il mestolo alla bocca, soffia, assaggia.
«Loro uccidono per nutrirsi?»
Lucja versa la minestra, il mestolo sbatte contro il bordo. «Sì. In natura, a volte per sopravvivere è necessario.»
Giro la testa di lato, abbasso le palpebre e chiudo le labbra come per darle un bacio.
«Che faccia da monella. Va bene, un altro po’, e poi basta. O diventi come una palla.»
Funziona sempre. «Che cos’è una palla?»
Guarda in alto. «Volevo dire che diventi rotonda.»
Non capisco. «Cosa c’è di male? La nostra casa è rotonda, e a me piace molto.»
Si gratta i capelli grigi. «Perché arricci il naso, adesso?» Le sfugge una risata.
Mi guardo la punta. «Ma non è vero. Comunque non mi hai detto cos’è una palla, né perché Anori abita in una casa diversa dalla nostra.»
«Un giorno ti racconterò tutto, amore.»
Sem si riposa. Mi fa tenerezza, si annoia, devo giocare con lui, poverino. La luce gli passa sul pelo e lo fa cambiare colore. Sotto la pancia c’è un segno. Da quando? Prima non c’era. Salto dalla sedia e mi avvicino, si distende, inarca la schiena e sbadiglia. Gli prendo le zampe davanti e le sollevo. «Uffa, non si vede niente. Vieni, Sem, coricati qua.»
Lo giro sulla schiena. «Nonnina, adesso si vede bene il disegno di Sem. È bello, ha la forma di una foglia.» Sbadiglio. «Lo voglio anch’io.»
Lucja mi prende la mano. «Quando sarai un po’ più grande. Ora corri a letto.»
«Uffa, già? No, voglio restare ancora un po’.»
Lucja incrocia le braccia. «Solo altri cinque minuti.»
Sem si butta sul tappeto, davanti al lettino.
«Andiamo a dormire, gattone. So che sei triste. Giocheremo anche domani, va bene?»
Sfilo i vestiti in fretta. Sem si becca la maglia in testa e resta lì, fisso.
Accendo la lampada. L’odore di grasso bruciato mi pizzica il naso.
Mi caccio nelle pellicce, affondo fino al mento. Sem allunga le zampe, alza il sedere e si piazza sui miei vestiti. Due giri e si accuccia.
Allungo la mano e prendo il libro dal bordo del letto. Pagine piene di alberi. Foglie larghe, sottili, rosse, verdi, gialle, punte dappertutto.
Nomi difficili: ficus, ontani, querce.
Arriva la Nonna e mi rimbocca la coperta. «Ti immagini se tutti gli alberi fossero uguali? Stesso colore, stessa forma?»
Tutti identici? Niente sfumature di verde, niente fiori di mille colori, un solo frutto sempre con lo stesso sapore. Che schifo. Tiro fuori la testa dalle coperte. «Che brutto. Sarebbe noiosissimo, Nonnina.»
Mi sistema meglio la pelliccia, prende il libro da sotto le mie braccia e lo appoggia sul comodino.
«Nonna, io non sono come tutti gli altri… vero?» Mi bacia sulla fronte. «Siamo tutti uguali.»
Spegne la candela. «Tutti meritiamo amore e rispetto.»
Il filo di fumo si attorciglia su se stesso e si disperde a pochi centimetri da me. L’odore della cera si infila nelle narici.
«Fa freddo. Perché nessuno riscalda la casa? Ora c’è caldo. Il letto si muove, precipita... aiutami, ti prego. Devo trovarlo. Lo so.»
«Svegliati, amore. Era solo un incubo. Stavi parlando nel sonno.»
Sem si accoccola accanto a me. Lo stringo forte.
È già ora di alzarsi. Tiro su col naso, mi strofino gli occhi. Dall’angolo cottura arriva odore di carne. Ho una fame tremenda.
Balzo giù dal letto, infilo la giacca al volo e mi siedo a tavola. «Alzati, Sem. Sei ancora sul tappeto, pigrone.»
Vorrei che fosse una bella giornata.
«Nonna, io e Sem andiamo a pescare. Ti porto i pesci, giuro.» Stringo il cucchiaio tra i denti.
La Nonna versa la zuppa nella scodella. «Hai fatto un brutto sogno stanotte. Te lo ricordi?» Ingoio il primo boccone. «C’era un albero enorme, bellissimo, con una specie di luce azzurra. Mi diceva di cercare qualcosa.» Un pezzo di carne mi scivola dalla bocca e cade sul tavolo. Lucja passa lo straccio. «Che cosa? Amore, non si parla con la bocca piena.» «Allora non farmi le domande mentre sto masticando.» Sorride. «Va bene, non lo farò più.» Mi strofina i capelli.
«Questi vanno tagliati.»
«Ma non ci penso nemmeno per un secondo.» Mi sistemo una ciocca sotto il naso. «Così, come sto? Sono bella? Taglio i capelli corti, mi faccio crescere i baffi… e divento un maschio perfetto. Proprio come Anori.»
La Nonna mi pizzica le guance.
«Ahia! Che male.»
Stringe ancora. «Potrai essere tutto quello che vuoi. Ma adesso finisci la colazione. Sai cosa devi fare prima di uscire, vero?»
Appoggio il mento sulle dita incrociate. «Voglio essere rotonda.»
«Ho capito. Vuoi un altro po’ di zuppa.»
«Uffa, sono noiosi questi libri. Non ci sono storie belle. Non come quelle che leggi tu. Non c’ho voglia. Li leggo quando torno.»
Lucja mi sventola il mestolo davanti e si pulisce le mani sul grembiule. «È la nostra regola, stabilita insieme: tu studi e fai i compiti tutti i giorni, io cucino e tengo la casa pulita.»
Irrigidisco le gambe, attacco i gomiti ai fianchi. «Ma Nonna…» Forse dovrei piangere. Quando piango, posso fare tutto quello che voglio.
No. Sono grande. I grandi fanno le cose e basta. Vabbè. Sarò grande da domani.
«Vieni, Sem. Questo libro ti piacerà.»
Finito. Bleah, era un po’ noioso.
Piego il foglio per tenere il segno e chiudo il libro. «Noi andiamo.»
«Non allontanarti troppo. E non fare tardi.»
Riempio lo zaino con le mie cose, lo tiro su e me lo carico sulle spalle. Prendo la canna da pesca e il secchio. Forse Anori viene con noi. Spero che il padre non lo faccia lavorare.
Fuori, due ragazzi stanno costruendo una slitta. Una ragazza prepara il pesce. Bombj accatasta legna. Mi alzo in punta di piedi, guardo a destra e a sinistra. Che vuole, questo?
Derek mi si pianta davanti. Sta lì fermo, con una caccola nel naso. «Dove vai, ragazzina buffa?»
Davanti a me c’è solo la sua pancia.
«Spostati. Fammi passare.» Alzo lo sguardo. «Voglio andare via. Voi non mi piacete.»
Puzzolo si porta la mano alla fronte e scuote la testa. «Che fai, ragazza? Sta’ qui con noi.»
«Ve l’ho già detto. Siete antipatici. Non voglio stare con voi.»
«Ormai sei grande. Devi pensare alle cose utili. Basta sognare a occhi aperti.»
«Allora resto piccola. Come Peter, il bambino della favola.» Nessuno al mondo potrà mai impedirmi di sognare. Gli passo accanto. Derek mi dà una spinta alla spalla. Chino la testa e vado avanti, con Sem vicino. «Raglio d’asino non arriva in cielo.»
Derek si gratta sotto il cappello. «Che vuol dire?»
In realtà non lo so nemmeno io, ma la Nonna me lo dice sempre.
Vado a destra, lui mi imita. A sinistra, ancora lui. Gli do un calcio alla caviglia, ci metto tutta la forza. Salta su una gamba, sbuffa.
Adesso passo. «Sem, prima o poi la pagherà, giuro.» Il cielo è pulito. La luce rimbalza sul ghiaccio e mi acceca. Il freddo punge il viso, il naso mi cola. «Corri, Sem, dobbiamo prendere il pesce per la Nonna.»
L’aria gelida mi scivola sulla faccia, il vento sibila nelle orecchie. Qui ci vengo da quando Lucja stava meglio. So dove mettere i piedi.
Apro lo zaino, tiro fuori la trivella. La stringo, pesa, è dura. La infilo nel ghiaccio e comincio a girare. «È faticoso, aiutami.»
Sem si stira, si volta e sbadiglia.
«Ti sto annoiando? Pigrone.»
Arrivo al bordo dell’acqua già senza fiato. Mi siedo sullo sgabello pieghevole che ha fatto il padre di Anori.
La canna è fredda in mano.
Frugo nello zaino. «Sem, hai mangiato l’esca? No. Trovata. Silenzio adesso. Non muoverti o i pesci scappano.»
Derek non mi sopporta. E io non sopporto lui. Punto. La lenza si tende, la punta della canna si piega giù. Stringo i denti e tiro più forte che posso. «Bello grosso, Sem. Non vuole arrendersi, sarà una bella lotta.» Il pesce salta fuori, le squame brillano. «Che bello. A Nonna farà bene.» La lenza si affloscia, nessun movimento. Mi annoio. Le parole dovrebbero incastrarsi nel cervello e starci prima di uscire. Sono cattive. Come chi le dice. Dentro al contenitore erano sei pesci. Ora sono cinque. «Tu ne sai qualcosa, Sem?»
Sem si lecca i baffi e si guarda intorno. Adesso vede cosa gli faccio.
«Non fare il finto tonto, gatto furbetto. Se ti prendo...» Lo inseguo nella neve e sul ghiaccio, ma è troppo veloce.
Il cielo si è fatto scuro. È tardi, meglio tornare.
Zaino in spalla, svuoto il secchio e ci mettiamo in marcia.
Laggiù, una sagoma, qualcuno agita le braccia, le sposta da una parte all’altra. Lo riconosco, è quell’antipatico seduto sul ghiaccio. «Muoviti, Sem. Andiamo a vedere che vuole.» Vorrà i miei pesci. Neanche per sogno. Sono per la Nonna. «Ciao.»
Derek fa una smorfia. «Silgiu, mi sono fatto male alla caviglia.»
Mi tiro su la zip della giacca, sollevo il bordo del suo pantalone. È viola. Lo sfioro.
Lui batte un pugno sulla neve. «Mi fai male!» Ha il naso rosso e il parka pieno di neve.
Premo il dito sul punto gonfio. «È qui che duole?»
Alza le sopracciglia e stringe i denti. «Sì. Tanto.»
Mi raddrizzo. «Non è rotta, io me ne vado.»
«Aspetta!» Prova a piegarsi di lato.
«Non puoi lasciarmi così. Aiutami, Silgiu, ti prego. So che puoi guarirmi.»
«Non ci riesco. E sei antipatico.»
Mi incammino verso casa. Le urla di Derek restano indietro, sempre più lontane.