4 - La terra

23 giugno 2028
Canada, Villaggio Inuit

Il seme è ovale, tipo quelli d’acero. Lo tengo vicino alla fiamma, la luce ci passa dentro, le vene verdi, l’ala azzurra. Nonna peggiora, fa finta di no, ma non le riesce. Ha finito da poco con una foca, le dita ancora unte. «Hai rischiato per questa cosa, fammi vedere.» Lo prende. Gli occhi si aprono troppo. Si siede, si fa aria con il tovagliolo. «Dove l’hai trovato? Come ci sei arrivata?»

«Perché fai quella faccia?»

Appoggia la mano alla fronte. «Qui sotto dovrebbe esserci una striscia marrone.» Tocca il punto con l’indice. «Sta morendo, va piantato subito e forse non basta.» Mi tira su il mento. «Che vuoi farci?»

«Piantarlo, che domande! Cos’altro potrei farci?»

Lucja si guarda intorno, come se cercasse qualcosa. «Il punto è che non dovrebbe essere tuo.»

Ma io lo so, l’ho letto tante volte nei miei libri. So come si pianta un seme. «E allora chi dovrebbe averlo? Prendo un contenitore.» Frugo, serve qualcosa… ecco, questo va bene. «Ci metto dentro del terriccio.» Mi fermo, resto lì col vaso in mano.

Nonna sorride. «La terra, Sil. Non ce l’hai.» Acchiappa lo straccio, lo fa schioccare e me lo tira sul sedere. «Muoviti a trovarne un po’, o il seme muore.»

E adesso? Dove la prendo? Ci vado, sono grande ormai. Non dovrebbe essere lontano, e io la troverò.

«Sem? Dove sei?» Eccolo, fa finta di niente. «Io vado. Vieni con me. Anori verrà anche lui.»

La nonna si abbassa e mi stringe forte. «Quel semino è importante, Silgiu. Non deve morire, promettimelo.»

«Sì, Nonna. Giuro.»

Prendo lo zaino, qualcosa da mangiare, il sacchetto con la medicina, ed esco.

Lucja mi raggiunge. «Un’ultima cosa, fai raccogliere la terra ad Anori. Mi raccomando.»

Sì, come no. Scendo il pendio. La casa di Anori è lì, in alto, aggrappata alla collina. Ha tante finestre, un portico largo, da starci seduti e guardare tutto. Mi piacerebbe vivere in una casa così.

«Anori, ci sei?»

Spunta dalla finestra, la testa fuori, la mano davanti alla bocca. «Abbassa la voce, non sono sordo.»

Noi le finestre non le abbiamo. Chiederò a nonna perché. «Andiamo a cercare terra, non è lontana. Vieni?»

Guarda il ripostiglio. «No, devo aiutare mio padre.»

Il papà annuisce.

Accarezzo il gatto, le spalle mi crollano. «Forza, Sem, andiamo.» Alzo il piede, lo pianto forte. Sem scatta in aria.

Anori gira la testa. L’uomo gli fa un cenno con il mento e il mio amico stringe il pugno, tira su il braccio e ci raggiunge di corsa. «Da che parte?»

Lo sapevo. «Seconda stella a destra, si gira e via, sempre dritti. L’ho letto in un libro.» Lui si ferma, mi guarda da lontano. «Quando spari scemenze, le fossette ti si mischiano alle lentiggini.» Gioca con una bussola scassata. «Promettimi che non farai cavolate.» Si gratta il sedere.

Infilo le ciaspole, zaino in spalla, do un saltello per sistemarlo meglio e partiamo.

Mi sto annoiando. Uffa, sempre lo stesso panorama: colline di ghiaccio e neve. Quanto manca? Credevo fosse più vicino. Ho fame e sono stanca. Anori guarda il cielo, studia dove si trova il sole. Apre la sacca, tira fuori un viluppo di pelli e bastoni. Forse si è deciso. O almeno lo spero. Indica la radura. «Abbiamo camminato tutto il giorno. È ora di fermarsi, ci accampiamo qui.»

Libero anch’io il peso. «Sei sicuro? Non vuoi andare ancora un po’ più avanti?»

Lui sbuffa, pianta i bastoni nella neve, stende le pelli e le butta sopra. «No, diventa troppo pericoloso. Meglio fermarsi adesso, riprendiamo domani.»

Meglio non insistere. «Come vuoi.»

Mi guarda con le sopracciglia alzate. Sistema il telo sulla capanna di legno, copre l’orlo alla base con la neve, lega una corda tra l’ingresso e i due picchetti.

«È passata una stella con la coda.»

Alza il viso. «Esprimi un desiderio.»

Non è facile. «Vorrei tanto che la nonna guarisse. E che gli altri ragazzi…»

Anori si sistema il cappello, lancia una pelle dentro la tenda ed entra. La stende, improvvisa un letto, usa lo zaino come cuscino. Si gratta la fronte, esita. «Fanno così solo perché non ti conoscono.» Picchia la sacca per ammorbidirla.

Gli occhi mi si bagnano.

Inclina la testa. «Essere diversi non è sbagliato.»

Mi butto su Sem, già raggomitolato. «Va bene.»

Miagola e tira fuori le unghie. Che simpatico. Lo strizzo forte.

Mi sveglio, Anori ronfa e Sem dorme a pancia all’aria. Esco dalla tenda. Le pelli sbattono, la capanna traballa, il vento tira sui tiranti. Mi schiaccio il cappello sulla testa. Sbircio dentro. «Svegliati, dai.»

Apre un occhio, si volta e infila la faccia sotto la sacca.

Gli do un calcio nel sedere. «Andiamo, voglio tornare dalla nonna il prima possibile.»

Un filo di bava gli scivola dalla bocca, ci passa sopra il braccio. «Invece di darmi ordini, aiutami.» Viene fuori, inizia a grattarsi: il collo, il petto, tra le gambe.

Qualcosa si muove in fondo. «Guarda laggiù. Lo vedi anche tu un orso grande e uno piccolo?» Mi lancio da loro.

«Aspetta, è pericoloso. Il cucciolo sembra ferito, la madre potrebbe attaccare.»

Sono vicina, avanzo piano, non voglio spaventarlo, inclino la testa.

Mamma orsa abbassa il muso sul figlioletto, mi osserva e lecca il sangue dalla ferita.

Mi chino di fianco al piccolo orso, lui si avvicina e lo accarezzo, il pelo è bianchissimo e morbidoso. Dovrei avere qualcosa che faccia al caso suo, una di quelle pozioni miracolose della nonna.

Apro la sacca, prendo le medicine, accarezzo la bestiola e spalmo uno strano intruglio sulla lesione. Puzza di carne andata a male.

Mi avvicino alla mamma pelosa. «Deve solo mangiare e riposare, se la caverà.»

Avrà anche fame, poverino. Tolgo dallo zaino un pezzo di carne secca e lo lascio davanti al musetto di Morbidoso, lo saluto e mi allontano. Devo trovare la terra al più presto.


Anori si guarda intorno. «Siamo vicini, Sil. Riconosco quelle montagne laggiù.»

Scaliamo una leggera salita. Arrivo di corsa in cima, non vedo l’ora di scoprire cosa c’è oltre la collina. Una lingua di terra si affaccia sulla distesa bianca, ma c’è dell’altro, e di certo non è quello che mi aspettavo. Tra noi e la fine del ghiaccio ci sono Derek con Puzzolo, Caccolo e Peloso. Stanno uno accanto all’altro. Dopo di me arrivano anche Anori e Sem. «Hai visto chi c’è?» Che vogliono? Si sono messi lì apposta. Non vogliono che arrivi alla terra. «Io devo prenderne un po’.» Mi lascio cadere, scivolo giù col sedere. Mi rialzo e vado da loro.

Dietro, lontano, una macchia di verde, forse alberi. Un giorno ci andrò.

Il vento ha smesso di fischiare. Mi fermo davanti a Derek. «Voglio un po’ di terra. L’ho promesso alla nonna e tu devi lasciarmi passare.»

Lui tira fuori un fagottino di stoffa, lo sventola sotto il naso. «Ecco qua, tutta la terra che ti ser...»

Lo colpisco con un pugno. Il sacchetto vola, si squarcia, la neve si macchia di marrone. «Non mi serve il tuo aiuto. Voglio raccoglierla da sola.»

China il capo e mi fissa, occhi piccoli, neri. Una cicatrice dal naso al labbro, la pelle chiazzata di rosso.

Anori arriva di corsa, mi tira di lato e si mette in mezzo. «Su, ragazzi, vuole prendere solo del terriccio per il suo seme.»

Gli altri si scambiano uno sguardo, un cenno. «Non possiamo farla passare.»

Anori fa un passo indietro, mi indica con la mano. «Ma perché? A voi che importa?»

Derek indica il sacchetto vuoto. «Gliela abbiamo offerta, l’ha rifiutata.»

«Voglio raccoglierla con le mie mani, infilarci le dita dentro, sporcarmi le unghie.»

Anori mi spinge dietro. «Fatela passare, perché non volete?»

Do una spallata a Puzzolo, mi infilo tra loro. Caccolo mi afferra un braccio, lo torce dietro la schiena e spinge in alto. «Hai, fa male.»

Anori gli tira un pugno in faccia, lui mi lascia andare e scappo verso il manto marrone.

Derek mi chiude la strada. Cambio direzione. Puzzolo blocca Anori, Caccolo gli tira un colpo sotto il mento, Peloso mi corre dietro. Mi butto a terra e vado a razzo verso Derek, allungo le gambe e lo colpisco ai polpacci. Cade di schiena, il sedere sbatte sul ghiaccio.

Mi rialzo subito. Lui afferra la mia caviglia e mi tira giù, cado in avanti. Sono stesa sul ghiaccio. Derek con le suole alle tempie. Peloso, in piedi, piantato, a bloccare la fuga.

Chiudo gli occhi. Il vento muove il pelo sul muso, gli artigli scavano nella neve. Mi tiro su. Davanti, Anori piegato, il sangue che gocciola e macchia il bianco. Peloso e Derek immobili, le gambe tremano.

Ruggisco e corro, Morbidoso dietro di me. Oltrepasso Anori, Caccolo, Puzzolo. Ma cosa? Io e i due ragazzi stesi a terra.

Sono dentro l’orsa? No, vedo con i suoi occhi, è lei che comanda.

Derek si allontana. «Buono bello, sta’ calmo.»

Ora sono di nuovo nel mio punto di vista. Mi sollevo. «Non vedi che è una femmina?» Il cucciolo mi viene incontro e mi salta addosso. Finiamo entrambi sulla neve. Lo stringo. È tenero, caldo, sa di Puzzolo.

Caccolo respira a scatti, le labbra tremano. «Da… da dove arriva l’orsa?»

Mi inchino a mamma orsa e vado avanti. Lei e il cucciolo si allontanano.

Per la prima volta appoggio gli stivaletti su una superficie diversa dal ghiaccio o dalla neve. Chissà se la nonna l’ha mai toccata. Mi sdraio, prendo il terriccio e lo porto al naso. «Senti anche tu? È soffice, caldo, scuro. Sa di qualcosa che cresce.» Ne raccolgo un po’ in un sacchetto, ci pianto il seme in mezzo e sistemo tutto nella borsa.

Un boato. Il cielo si spacca. Il fulmine scende dritto, attraversa l’aria, si ferma un attimo e mi prende al centro. Un colpo secco, senza dolore. Solo bianco. Come la luce che entra nella mia stanza quando leggo, ma più forte.

Derek si butta in ginocchio accanto a me. «Che cosa hai fatto, Silgiu?» Le mani gli tremano.

«Hai messo te stessa e tutti noi in pericolo.»

Il sacchetto appeso alla sua cintura si muove. Dentro, il seme vibra. Si illumina. Un lampo si stacca da lì e raggiunge Sem.

Ruota tutto, ma dove siamo?