2 - La voce
16 giugno 2028
Canada, Accampamento Inuit
Un dolore alle tempie, come se qualcosa stringesse da dentro. La testa pesa, il collo duole, una cantilena martella nelle orecchie. Qualcuno è in pericolo. Da dove sbuca quella voce metallica? «Non senti niente, Sem? Qualcuno mi chiama.» Mi giro. Ovunque ghiaccio, neve, nessun punto preciso. Non capisco da dove arrivi. È tutto intorno. Il mio nome galleggia nell’aria, trascinato dal vento. Basta, la voce tace. Ma chi era? Tra poco fa buio, meglio tornare. «Adesso vado, ma domani torno, giuro.»
Il fumo lontano indica la direzione da seguire. Appaiono le prime abitazioni. Una luce avanza verso di me. Sono due persone, vengono dalla mia parte. Indossano uno strano giubbotto, non di pelliccia come il mio. Uno dei due è più alto, ha una cicatrice sulla narice sinistra e la parte superiore del giaccone gialla; quella dell’amico è arancione. La metà inferiore invece è grigia, liscia, attraversata da strisce azzurre. Anche gli scarponi sono diversi dai miei. Il vento alle spalle mi spinge, Sem cammina al mio fianco.
Non li conosco. Forse sono arrivati al villaggio per il periodo di caccia. Il ragazzo alto poggia la lampada ai suoi piedi. Intorno si forma un velo sottile, un’aura più nera del buio che ci avvolge. Si piazza davanti a me, non mi lascia passare.
Un tremore mi resta bloccato nello stomaco, pizzica la pelle della pancia. Ho paura, ma non capisco il motivo.
Mi fermo e alzo la testa. «Che cosa vuoi? Devo tornare a casa, è molto tardi.»
«Conosci Derek? Lo cerchiamo.»
«Non so dov’è, lasciami passare.»
Il ragazzo con il giubbino giallo mi colpisce al petto. «Sei una bugiarda! Lo abbiamo visto, ti ha seguita.»
L’amico lo afferra per un braccio. «Dai, andiamo via. Lo troveremo.»
Li spingo e passo in mezzo. Uno si scansa, l’altro mi afferra il cappuccio e tira. Il collo si piega all’indietro e cado, il secchiello si rovescia e i pesci sparpagliano sulla neve. Fiocchi bianchi, freddi, mi si attaccano alla faccia. È quasi buio, dalle finestre escono tante luci gialle. Il fumo dei camini ormai ha lo stesso colore della notte. Nuvole grigie si muovono nel cielo, tra una e l’altra brillano le prime stelle.
Sem salta addosso al tipo col giubbotto giallo e gli graffia la guancia. «Levami questo coso di dosso!» urla.
Quello con la giacca arancione afferra Sem per la coda e lo scaraventa lontano. Sem rimbalza in piedi e gli corre addosso. Non l’avevo mai visto muoversi così.
Il tipo cattivo tira fuori un coltello dalla tasca e lo fa passare da una mano all’altra. Sem lo fissa, soffia, inarca la schiena, si mette di traverso. Il pelo è gonfio.
Sem è in pericolo. Devo muovermi. «Il vostro amico ha bisogno d’aiuto, è laggiù.» Indico la direzione in cui ho visto Derek. «Ha una caviglia slogata. Vieni qui, Sem.» Mi alzo, il gatto è al mio fianco.
Il tipo con il giubbotto giallo si avvicina. «Sei stata tu?»
«No, era già così. Non ho fatto niente.»
«Bugiarda. Che cosa hai nella borsa?»
La stringo. Le nuvole si diradano e la luna illumina la sua sagoma. Quella che prima era solo una cornice scura ora lo avvolge del tutto. La luce si spegne nella sua aura nera.
«Non sono affari vostri.» La voce mi trema.
L’amico salta sui pesci. Mi butto addosso a lui e lo faccio cadere, mi colpisce alla testa con un pugno. Sem si lancia sopra di noi. L’altro corre ad aiutarlo, lo libera e mi afferra per il collo. Stringe forte. Fatico a respirare.
Riesco a spingere via il braccio. «Nonna, Nonna!» urlo più forte che posso. «Scappa, Sem. Scappa!»
Il mio amico peloso si volta e si scaglia contro quello col giubbotto giallo. Il teppista col coltello si rialza. È vicino. Sta per pugnalare il mio gattino.
«Vattene, Sem, ti prego. Ti faranno del male. Fuggi.»
Il ragazzo affonda il coltello nella schiena del micio. Sem si piega sul ghiaccio, una macchia rossa si allarga sotto di lui. Mi guarda con quegli occhi grandi, azzurri e rotondi, emette un miagolio sottile.
Gli sollevo la testa. «Che cosa avete fatto? Siete cattivi.»
Mi tolgo la giacca, ci avvolgo Sem e lo poso sulla neve. È sempre stato buono. Non ha mai fatto male a nessuno. Non mi ha neanche graffiata una volta. «Perché?»
Mi lancio sul primo e lo butto a terra. Chiudo gli occhi, colpisco alla cieca. L’altro mi prende a calci sul fianco. Rotolo, mi rialzo. Il corpo brucia, le gambe non si muovono.
Mai sentito qualcosa del genere, e fa schifo.
Il giaccone si agita. Sem è ancora vivo.
«Il suo gatto puzzolente si è mosso. Finiscilo,» dice quello con il vestito rosso.
Devo proteggerlo. «No, non dovete toccarlo.» Mi butto sul mio amico ferito.
Arrivano, mi copro il viso con le braccia. Un calcio alla schiena, alla pancia, in testa, alle gambe. In bocca il sapore del sangue.
Si fermano. Prendono la sacca e rovesciano tutto a terra. «Andiamo via. Può bastare,» dice quello basso.
Il più alto mi colpisce ancora al fianco. Alle sue spalle, l’alone scuro inghiotte la luce della lampada. «Non so perché, ma la voglio uccidere.»
La neve scende, batuffoli freddi si posano sul viso.
Mi preme un piede sulla fronte, mi gira la testa di lato e la schiaccia nella neve. La bocca si riempie, l’aria manca. Sto soffocando. Sto…
«Ehi, tu! Che cosa stai facendo?» Una voce sconosciuta.
La pressione sparisce. Alzo la testa. I due lottano con qualcun altro. Tutto si muove, non riesco a capire. Il più alto finisce disteso accanto a me.
Qualcuno mi infila una mano sotto la nuca e la solleva.
«Sei Anori?»
La voce esita. «Anori? Mi chiamo Gabriel.» Si gira verso il ragazzo steso accanto a me e gli strappa qualcosa dal collo. Una collana, credo. «Dove siamo?» Avvicina una luce al mio viso. I vestiti che indossa sono strani, blu.
«Hai detto Gabriel? Ho sentito parlare di te. Sei amico della Dama Bianca.»
«Dama Bianca? Io ero a Milano, con Mabel. Come sono finito qui?»
«Sì, anche Mabel… Milano?» La testa mi ricade sulla neve. Il ragazzo è sparito, così com’è comparso.
Ho immaginato tutto? Non credo.
Il vento ha ripreso a soffiare. Si infila nelle maniche, scivola fino alla schiena. «Sem. Devo salvarlo.» Le luci delle case non sono lontane. «Vedrai, Sem, Lucja ti farà guarire in un attimo. Giuro.» Provo ad alzarmi. Le ginocchia cedono, cado di nuovo. Riprovo, fa male. Barcollo. Stringo Sem contro di me, lo avvolgo nel parka e punto verso il villaggio.
Arrivo a casa, nonna è davanti a noi. «Silgiu, è molto tardi. Quante volte ti ho detto di non tornare con il buio?» Gli occhi le brillano di lacrime.
Mi avvicino al fuoco stringendo Sem.
Nonna lascia cadere mestolo e straccio, mi punta in faccia la candela. «Che ti è successo? E dov’è Sem?» Lo appoggio sul letto, mi butto accanto a lui. Lei lo accarezza piano, gli sfiora il fianco, controlla le zampe. «Calmati, adesso. Il tuo amico peloso non è in pericolo di vita.»
La stanza è calda, la luce della candela tremola sul piattino incollato di cera, sul mio comodino. Dal fuoco sotto la pentola salgono lingue arancioni e blu.
Nonna fa bollire dell’acqua e ci versa dentro il contenuto marrone di una boccetta. L’odore pungente mi pizzica la gola.
Non so quanto tempo è passato. Nonna mescola a lungo, solleva un mestolo dal recipiente. Dentro c’è una poltiglia nera, densa. La candela piccola si è consumata. La cera ha riempito il piatto, colando fino al comodino. Ne accendo un’altra.
Il composto tra le sue mani diventa bianco. Lo spalma sulla ferita di Sem.
Il gatto miagola, si alza e viene da me.
«Sta’ attenta che non si muova, cough, arrivo subito.» Apre la cassa, prende un contenitore rettangolare di legno, toglie il coperchio e ci infila le dita. Lascia cadere sulla ferita una polverina celeste che, alla luce della candela, brilla come stelle minuscole. Si posa sulla pomata bianca che copre il taglio. Nonna si siede sul letto, accanto a me. «Silgiu, perché non lo hai curato tu?» Si massaggia la schiena. Le fa male anche lì.
«Perché non ci riesco.»
Con il dorso della mano chiusa mi sfiora la guancia. «C’hai provato?»
«No. Lui non è… non è come gli altri.»
«Non è come te, vuoi dire?»
Abbasso gli occhi.
Mi mette un dito sotto il mento e lo solleva. «Sil, di cosa abbiamo parlato?»
Mi scosto. «Lo so. Me l’hai già detto.»
Un fischio vicino a Sem. Dalla ferita si alza un filo di fumo azzurro, seguito da una fiammella arancione e blu che si spegne subito.
Nonna mi passa una mano tra i capelli. «Te lo ripeto, siamo tutti uguali. È fuori pericolo, domani sarà come nuovo.»
«Hai ancora quella tosse tremenda.»
«Niente di grave. Tranquilla, amore. Va tutto bene. E ora controllo te, vediamo come stai.»
«Io bene.»
Mi tasta ovunque. «Lasciami, mi fai il solletico!» rido e mi dimeno.
«Okay, solo qualche livido e un taglio sotto il mento. Ti resterà una piccola cicatrice. Hai fame?»
«Sì, ma prima devo fare una cosa.»
Esco e torno sui miei passi, attraverso il villaggio. Dalle finestre esce una luce calda; dentro, le sagome si muovono. Il vento si è calmato. Resta solo una brezza leggera che mi sfiora il viso.
Sul palmo destro brilla una luce bianca. La alzo davanti a me: rivela le impronte lasciate qualche ora fa. Le seguo.
Riprende a nevicare. I fiocchi risplendono, illuminati.
Devo fare presto.
Dovrebbe essere qui. Tutto è coperto. C’è un riflesso, il secchiello. Smuovo la neve con il piede, qualcosa di duro sotto. Scavo con le mani. Lo zaino, le mie cose. Le raccolgo una a una e le infilo dentro.
I pesci per Nonna?
Mi inginocchio e scavo. Le dita bruciano dal freddo, sembrano di ghiaccio. È buio. Uso solo la sinistra. Non ho preso il giubbotto e ho freddo. I fiocchi bianchi aumentano, anche il vento. Sono stanca. Dormo un attimo, poi magari li trovo.
Il vento arriva a raffiche. Tutto è buio. Mi sdraio, il viso e il corpo si coprono di nevischio. Adesso si sta bene. So che Nonna aspetta. Resterò solo cinque minuti.
Qualcuno mi scuote. «Silgiu, svegliati.»
«Sei Gabriel?»
«Sil, che fai qui? Vuoi morire congelata?»
«Ciao Anori… no, ora vado. Devo solo trovare…» Mi alzo, eccoli. Ero sdraiata proprio sopra i pesci.
Anori mi copre le spalle col suo giubbotto. «Sei pazza a rischiare il congelamento per quattro pesci! Chi è Gabriel?»
«Sono per Nonna. E tu come mi hai trovata?» Camminiamo un po’. Lui svolta. Io proseguo verso casa. «Anori…»
«Che vuoi?»
«Come hai fatto a trovarmi?»
Il mio amico scuote la testa, mi fissa. «Secondo te?»
Un alone bianco mi circonda.
Rientro a casa.
«Nonnina, guarda quanti pesci io e Sem avevamo preso.»
«Ero preoccupata. Perché hai tardato così tanto?»
«Ti avevo promesso che te li avrei portati, ma non li trovavo più. Ero con Anori.»
Ci sediamo a tavola. Mangiamo. Nonna sorride, ma i muscoli del viso sono tesi.
Secondo me sta male. E io non so come aiutarla.
Cos’è quella sensazione strana di oggi? Forse qualcuno ha bisogno di me? Sem era agitato, quasi disperato. Lo devo trovare. O almeno provarci. Domani andrò a cercarlo.
Mi alzo da tavola e vado a letto, accanto a Sem. «Cos’è Milano?» Accendo la candela e sfoglio il libro.
Nonna mi bacia tra i capelli. «Milano è una bellissima città italiana.» Cuce un calzino alla luce della fiammella, storce la bocca, sbadiglia.
L’Italia dev’essere bella, un giorno ci andrò. Giuro.
Sem dorme accanto a me, la testa piegata all’indietro. È stato coraggioso, il mio cucciolo.
Le palpebre si chiudono da sole. Stringo il libro al petto. «Nonna… molte persone sono cattive. Lo sono anch’io?»
«Perché lo pensi, amore?»
Forse se avessi aiutato Derek, quei ragazzi…