6 - Empatia
25 giugno 2028
Canada, Villaggio Inuit
Il fragore delle pelli di caribù contro la struttura in legno, il cigolio della pentola appesa, una bottiglia che tentenna tra i sassi, il soffio del vento a raffiche. Questa volta, l’abbraccio caldo del peloso non mi aiuta a dormire.
Qualcosa mi preme sotto la schiena. Forse una pietra. Mi giro sul fianco, spengo la lampada e chiudo gli occhi.
Immagini nella mia mente. Sono al buio, manca l’aria, mi trovo dentro una galleria. Intorno a me solo terra. Non respiro, il cuore batte forte. Devo scappare, lontano, correre più veloce. Ma non c’è uscita. Qualcosa mi trattiene. Il battito pulsa nella vena del collo, devo andare via. Ho paura. Sto per morire.
Mi sollevo e sbatto la testa contro uno dei pali di sostegno. Sem dormiva sul mio petto, si rovescia e mi guarda con occhi lucidi. Non starà male? «Sem, va tutto bene?» Il gatto infila il muso sotto le zampe.
Scavalco Anori ed esco. Inspiro a fondo, l’aria mi pizzica il naso. La neve si adagia sul viso, la veste si chiazza di bianco.
Ancora quella sensazione, ho la pancia in subbuglio. Non avevo mai fatto un sogno così reale… forse solo quella volta, con l’albero.
Rientro e do un calcio ad Anori. «Alzati.»
Si massaggia la natica, si volta con gli occhi ancora chiusi. «Sei impazzita?»
Gli do un altro colpo. «Alzati subito, devo controllare qua sotto.»
Anori libera il rifugio, ripiega le pelli e i sostegni di legno. Si blocca, le mani sui fianchi. «Perché ti sei fermato?»
Si siede su un sasso e accarezza Sem. «Hai messo il trapano ad arco, il cibo e la lampada sotto. Pelli e struttura sopra.»
«E allora?»
«Se dovesse servirci il trapano o la lampada, dovrai togliere tutto. Le cose si fanno in ordine. Hai capito?»
«Sì. Prima faccio la cacca e dopo mi pulisco il sedere, giusto?»
Anori sgrana gli occhi e scuote la testa.
Mi inginocchio e tocco la terra ancora tiepida. Non so cosa cercare, non trovo niente, ma lo sento: sono vicini, da qualche parte sotto di noi.
Sem salta nella tenda di Leo, si piazza di fianco e miagola.
«Leo, alzati.» Faccio oscillare la struttura. «Sollevati.»
L’uomo esce con indosso una pelle colorata, mai viste così. «È successo qualcosa?»
Pensandoci bene, assomiglia ai giubbotti dei due ragazzi cattivi.
Provo a spostare il suo rifugio, ma è troppo pesante. «Devo controllare sotto. Mi aiuti?»
Leo si gratta il sedere, prende la strana pelle per gli orli e vi si avvolge. «Non lavoro prima di un caffè.»
«Cosa significa esattamente?» Deve aiutarmi. Mi lancio su di lui e lo colpisco con tutta la forza. «Devi smontare tutto. Subito!»
Leo mette il palmo sulla mia fronte e mi tiene lontana.
Lo colpisco, mi fanno male i polsi, non importa. Deve aiutarmi.
«Sil, calmati adesso.» Anori si mette tra noi. «Cosa ha detto?» «Ha detto che prima vuole un caffè!»
«Signor Leo, Silgiu ha sentito qualcosa. Potrebbe gentilmente rimuovere la sua tenda? Nel frattempo preparo il caffè.»
«Cosa vuole il tuo amico? Non ho capito una parola,» dice Leo.
«Ha detto che, secondo me, qualcuno sotto la tenda ha bisogno del nostro aiuto. E se, per favore, la puoi spostare. Il caffè lo fa lui.»
E adesso si è messo a rimuovere tutto? Gliel’ho chiesto anche io, ma con me niente. Lo spazio è libero. «Sem, aiutami.»
Il mio amico si ferma dove c’era la tenda e miagola. Scavo, il terreno qui è duro e i sassi affilati. Ho le dita sporche di fango e sangue.
Ho trovato la galleria, qui c’è un tunnel. «Leo, per favore, ti puoi allontanare?» Lancio un’occhiata ad Anori e Sem. Indietreggiano di qualche passo. Mi siedo a gambe incrociate davanti alla piccola apertura. «Non avere paura. Puoi uscire, siete liberi, tu e i tuoi piccoli.» Un musetto bianco si affaccia. «Dai, vieni fuori. Nessuno ti farà del male.» Mi annusa, muove il nasino e si infila tra le mie gambe. Dopo di lei escono altri sei leprotti, bianchi e morbidi.
Leo si avvicina e si china. «Scusami, ragazza. Non avevo capito.»
«Non fa niente.» Abbiamo salvato tutti, alla fine. «Colpa mia. Avrei dovuto essere più gentile.» Leo vorrebbe accarezzare questi esseri così soffici. «Se vuoi puoi toccarli, non scapperanno.»
Anori sorride. Sem si siede e non li degna di uno sguardo. Strano, non è da lui.
Devono andare, cercare un’altra casa non è un’impresa facile. Li faccio scendere. La madre si allontana con i suoi figlioletti, si ferma, si gira, ci osserva per un po’. Tra un saltello e l’altro, spariscono nel manto bianco.