7 - Il Custode

25 giugno 2028
Canada

Cammino davanti. Il vento viene da dietro, spinge.

La nonna mi aspetta.

Le abitazioni si vedono appena, allungo il passo.

Entriamo al villaggio. Mi infilo in casa, lei è distesa sul letto.

«Nonna, perché sei coricata? Stai male?»

«Questi ultimi... cough... dodici anni sono stati i più belli della mia vita. Hai riempito le giornate con la tua allegria. Per questo ringrazio... cough... per ogni giorno trascorso con te.»

«Perché dici queste cose adesso? Passeremo altre giornate insieme.»

«Amore, hai trovato la terra? Fammi vedere il semino.»

Nonna non vuole farmi preoccupare. Cambia discorso. La sua pelle ha un colore violaceo ed è molto fredda.

«Sì, pianteremo insieme il seme.»

Non riesco a trattenere le lacrime. Le allungo il sacchetto. Lucja lo svuota sul palmo, raccoglie il semino e lo avvicina alla candela. «Smettila di piangere... cough... bagni il letto e sembrerà che mi sia fatta la pipì addosso.»

Mi butto tra le sue braccia e accosto la testa alla pancia. Il cuore è calmo. La nonna mi rassicura, mi accarezza i capelli, le sue mani sono delicate.

Una macchia bagnata si forma sotto il mio viso.

«Ascolta, amore. Questo non è un seme come tutti gli altri, dovrebbe stare con il suo Custode.»

«Chi è il suo Custode? Come posso trovarlo?»

Lucja si avvicina. «Non lo so, ti troverà lui.» Mi accarezza il viso. «Siamo in pericolo... cough... tu sei in pericolo. Prima o poi qualcuno verrà a cercarti per... cough... farti del male.» Mi stringe forte a sé. «Devi scappare. Devi andare... cough... a cercare la famiglia di tua madre. Loro sapranno cosa fare.»

Cosa sta dicendo? Io resto con nonna.

«Mia madre?»

«Ti racconto com’era quella mattina, Silgiu. La luce entrava appena nella stanza. Avevo aperto la finestra: l’Albero Sacro si alzava oltre la foresta, spoglio. I rami graffiavano il cielo. Qualcosa era fuori posto. Lì ho capito che non restava molto tempo, anche se non potevo più fare nulla. Sette uccellini erano morti sulla statua della Dama Bianca.»

«Morti? Poverini, perché?»

«Non lo so, piccola mia. Forse un avvertimento. Stavo aspettando tua madre. Ho sentito i passi sotto il portico. Ha aperto la porta. Era bellissima. Mi ha baciata sulla guancia e si è seduta sul tavolo. Per un attimo ho creduto che tutto andasse bene. Ma lei aveva già deciso. Voleva sposare un uomo che non era fatto per lei. Le ho detto che, così, non poteva diventare sacerdotessa.»

«Perché no?»

«Con l’uomo che aveva scelto non avrebbe potuto avere figli. L’ho detto anche a lei. Sarebbe stata Tatiana a prendere il mio posto. Lei ha sorriso. Sembrava tranquilla. Diceva che avrebbe avuto più tempo per studiare.»

«Studiare? Cosa le piaceva?»

«Tutto. Voleva capire, vedere, provare, smontare. Poi, all’improvviso, si è portata una mano alla pancia ed è corsa in bagno. Quando sono entrata, si sciacquava la bocca. Diceva che era il cibo, qualcosa andato a male. Ma la conoscevo. Non ho detto niente. L’ho guardata. Le mani strette sul ventre, lo sguardo basso e ho capito. Le ho preso il polso, tremava. Non serviva che me lo dicesse.»

«Cosa ti nascondeva?»

«Era incinta, Silgiu. Ho provato a farla ragionare. Le ho detto che era pericoloso, che non avrebbe resistito. Non voleva sentire. Mi ha chiesto se fosse mai successo prima. Ho dovuto dirle di no. Le ho gridato che non potevo permetterlo. Che avevo già perso mia figlia. È uscita sbattendo la porta. Forse ho esagerato, ma avevo paura di perderla, Silgiu. Lo capisci?»

«Sì, nonna.»

«Sono corsa dietro di lei. Il sentiero nella foresta era fitto, le radici mi tiravano i piedi, gli arbusti graffiavano. Non mi sono fermata. Poi, a un certo punto, i rami dell’Albero Sacro mi hanno bloccata. Mi stringevano, mi sollevavano. Non riuscivo a respirare. Ho sentito una voce dentro la testa.»

«La voce di chi?»

«Dell’Albero Sacro. Diceva che non dovevo oppormi alla nascita delle bambine. Quando mi ha lasciata andare, ho trovato Gaia ai piedi dell’Albero. Era in ginocchio e piangeva.»

«Perché piangeva?»

«Mi sono seduta accanto a lei. Aveva capito. L’Albero non respirava più bene, l’aria sapeva di fine. La storia si ripete, Silgiu. Il tempo dei Sapiens si sta chiudendo.»

«Cosa vuol dire?»

«Che la terra si sta muovendo contro di noi. E non possiamo fermarla.»

«E lei cosa disse?»

«Mi guardò. Serenamente. Disse che avrebbe portato a termine la gravidanza. Le ho chiesto se sapeva che erano due bambine. Ha sorriso appena. Certo che lo sapeva.»

«Ero io una di quelle bambine?»

«Sì.»

«Evviva! Lo sapevo che ho una sorella.»

«Dopo un anno dal litigio con tua madre, il campanello suonò. Un colpo solo. Pensavo di aver perso il cuore.»

«Chi era?»

«Alla porta c’era tuo padre, sudato, con il fiato corto. L’ho capito subito che qualcosa non andava. Mi prese per un braccio e mi disse che Gaia mi voleva al suo fianco. Stava male. Presi la borsa e uscii. Il sentiero era pieno di sassi, l’erba bagnata. Non mi fermai. Gaia era sul letto, tremava. Il viso bagnato. Le toccai la fronte: scottava per la febbre.»

«Poverina, mammina... stava molto male?»

«Le diedi una medicina per abbassarle la temperatura. Tuo padre le passava la mano tra i capelli. Piangeva. Diceva che non poteva lasciarlo, proprio adesso. In quel momento stava per diventare madre. La sollevò e le baciò la fronte. Gaia aveva provato a parlargli, ma lui non aveva capito. Lei sorrise un’ultima volta.»

«Poi?»

«Il petto fermo, il polso sparito.»

«Era morta?»

«Sì, piccola. Tuo padre cadde in ginocchio. Gridava, poi piangeva. Le mise una mano sulla pancia, scusandosi con le bambine. Poi se ne andò. Io sono rimasta con lei. Le ho chiuso gli occhi.»

«Lo chiami sempre “tuo padre”. Ma come si chiama il mio papà?»

«Il suo nome è Innan, Silgiu.»

«Innan? Che razza di nome è?»

«Sono passate quarantotto ore da quel giorno, Silgiu. Era il 3 giugno del 2016. Ero ai piedi dell’Albero Sacro. Davanti a me, Innan teneva Gaia tra le braccia. Piangeva, senza più forze. “Non potrò consolarvi quando cadrete”, diceva, parlando al ventre. “Non vi vedrò crescere, né litigare per il primo amore.” Le passò una mano tra i capelli. Poi la depose tra le radici. Lasciò un fiore azzurro, a forma di stella e rimase fermo un attimo. Poi se ne andò. Uno dopo l’altro, se ne andarono tutti.»

«E sei rimasta sola?»

«Aveva cominciato a piovere. L’acqua scendeva dalle foglie, il fango arrivava alle caviglie. Accanto a me c’era Sem. Miagolava, guardava la terra bagnata dove lei riposava. Io non riuscivo a muovermi. Un lampo illuminò i rami mentre si piegavano nel vento. Sem cominciò a scavare. Mi piegai accanto a lui e affondai le mani nel fango. Vidi le radici avvolgere Gaia, trasparenti. Dentro c’era una luce azzurra. Il suo ventre si muoveva, si sollevava. Qualcosa era vivo. Due rami discesero e si posarono sulle sue gambe. Tremavo. Uscì la tua testa e ti presi. Ti avvolsi nella giacca. La tua gemella ti aspetta, Silgiu. Tu hai pianto. Un suono piccolo, tagliente. I rami ci sollevarono. Intorno si muovevano aria, foglie, acqua. E di nuovo, la voce nella testa. Diceva che non dovevi toccare la terra.»

«Ma perché?»

«Avevo chiesto, nessuna risposta. Poi il vento si fermò e le nubi si aprirono. La luce colpì il tuo viso, guardavi Sem e ridevi. Il gatto miagolava. Lo accostai a te, gli tirasti l’orecchio e lui soffiò. Pensai che avrei avuto un bel da fare con te e per Sem, prevedevo tempi duri. Intorno, gli animali si muovevano tra gli alberi.»

«Voglio trovare mia sorella.»

«Sì. Porta il seme con te. Consegnalo alla tua famiglia, loro sapranno cosa fare, prima che diventi completamente grigio. Altrimenti sarà la fine.» «Un papà, una mamma e una sorella.» Forse non vuole farmi soffrire e cerca di mandarmi via. Ma io non me ne andrò. «Andiamo insieme. Non vado da nessuna parte senza di te.»

La nonna si asciuga le lacrime. «Loro non possono… cough… andarsene. Nessuno potrà venire con te. Appartengono a questo… cough… posto. E solo qua possono esistere.»

«No. Allora resto pure io.»

«Cerca il Custode del seme e parti subito. Promettimelo.»

Entra Anori. «Si stanno avvicinando. Deve andare via, ora!»

«Ti prego, piccola, guardami, Silgiu. Apri quella.» La nonna mi indica una vecchia scatola. «Ci sono documenti e un po’ di soldi. Porta con te anche Sem. Va’, ora. Anori, pensaci tu.»

Non posso crederci. Il mio amico è d’accordo con lei. Tutto questo è assurdo. La nonna mi sorride e piange. Non vuole che vada via. Allora perché? «Sì, giuro. Cosa faccio? Parlavi di un’isola… Quale isola?»

«Recati all’isola nell’Ocea…»

Anori mi prende la mano e tira. Mi allontana dalla nonna, punto i piedi. È troppo forte. Mi aggrappo alle pelli. Mi trascina fuori. Le lacrime non riescono a convincerlo.

«Non voglio abbandonare la nonna.»

Usciamo dal rifugio, non riesco a voltarmi. Non posso vedere, per l’ultima volta, quella stanza. Il tempo passato con lei mi ha dato così tanto e ora mi lascia un vuoto nel petto.

La neve ha smesso di cadere, gli husky abbaiano al cielo. Anche il vento ha finito di cantare.

All’uscita ci sono Derek, Puzzolo, Caccolo e Peloso.

Tre oggetti volanti si avvicinano da sud.

I ragazzi mi danno le spalle, allargano le braccia. Derek si gira e mi sorride.

Non capisco cosa vogliano fare.

In un secondo mi tornano in mente tutte le volte in cui ho avuto a che fare con Derek. La lancia non era diretta a me, mi ha protetta dal cane. Infatti è scappato, spaventato. Quel giorno della brutta avventura, ero andata a pescare. Lui si era fatto male, mi ha seguito. Era lì per proteggermi dai ragazzi cattivi. E quando sono caduta nel ghiaccio, l’alabarda si è piantata vicino. In una zona sicura, non voleva colpirmi. Se mi fossi aggrappata, non avrei rischiato la vita.

«Tu mi hai sempre protetta, Derek. E se non avessi toccato la terra, forse tutto questo…»

Mi strizza l’occhio. «Non ha importanza, ora. Non credi?»

«È tutta colpa mia. Solo colpa mia. Perché sono così stupida?» Mi butto in ginocchio.

Derek si avvicina e mi solleva il viso. «Non fare così, scimmietta. Era inevitabile. Non avremmo potuto tenere in gabbia, ancora a lungo, uno spirito come il tuo. Non hai fatto niente di sbagliato. Doveva succedere, prima o poi.»

Mi metto in piedi e lo abbraccio. Allargo le braccia. Si avvicinano anche Puzzolo, Caccolo e Peloso. «Scusatemi. Non avevo capito niente.» Li stringo forte. Mi sento al sicuro. Protetta.

Derek mi allontana. «Lascia fare a noi. Va’ via ora, scimmietta.»

Anori dice qualcosa. La sua voce arriva ovattata. «Va’, Sil. Scappa.» Ride e mostra il pollice.

Non mi ero mai accorta, prima, del suo sorriso, degli occhi tanto dolci.

«Cosa vogliono da me? Non ho fatto niente.»

Anori mi fa l’occhiolino. «Avrai le risposte quando sarà il momento. Ora è meglio che ti allontani. Troverai altri amici. Persone speciali che ti ameranno. Come abbiamo fatto noi.»

Sem è vicino, miagola e mi guarda. È ora di andare. Comincio a correre.

Ma cosa sto facendo? Mi giro e torno indietro. Salto sopra Anori, le braccia intorno al collo, le gambe strette ai suoi fianchi. Cerco di non piangere, ma le lacrime escono da sole. Lo stringo forte.

«Sil… Silgiu.»

«Dimmi… hai cambiato idea? Vieni con noi.»

Gli occhi di Anori sono umidi, brillano. «Lo vorrei tanto, credimi. Sei stata la sorella che non ho mai avuto. Ma non posso. Ora devi correre più veloce del caribù e andare più lontano dei tuoi sogni.»

Mi prende per i fianchi e mi poggia a terra.

La mia sorellina mi aspetta.

Mi inchino al mio amico, mi giro e scappo.

Il rumore assordante è sempre più vicino. Corro veloce, senza voltarmi, le lacrime cadono. Tracciano una via, un piccolo sentiero d’acqua salata sul ghiaccio.

Non devo piangere più, non voglio sentirmi così.

Mai più.

Per nessun motivo.