5 - La fotografia

24 giugno 2028
Canada, Villaggio Inuit

«Sil, svegliati.» Qualcuno mi chiama, una voce che conosco. Apro un occhio, solo un poco. Anori arrotola la manica del parka e con due dita mi tocca il polso. Rilassa le spalle, apre la sacca, tira fuori un pezzo di pelliccia e me lo infila sotto la nuca.

Che carino e gentile. Ora va molto meglio, posso dormire ancora un po’. Facevo un sogno molto bello. Odore di pesce e solletico sotto il naso. Sem con i baffi, prima o poi glieli taglio. Che ha da miagolare, adesso?

Anori lo accarezza. «Tranquillo, Sem, sta solo poltrendo.» Tira fuori un contenitore di metallo dalla borsa. Che vuole farci? Lo passa sopra la neve per raccoglierla, recupera un sacchetto dalla tasca e lo apre. Dentro, una poltiglia color cacca. Ne prende un pugno e gira la faccia schifato.

Scommetto che puzza.

Lascia cadere l’intruglio marrone nel recipiente. Spero che non stia preparando quella mistura per me.

Con il coltello mescola il pastone, l’odore pungente mi arriva al naso, sembra l’alito di Sem. Ha davvero intenzione di darla a me? Si sbaglia, e di grosso.

Apro gli occhi, mi metto seduta, massaggio le tempie. «Che cosa è successo? Dove sono gli altri?»

Fa rotolare un sasso, i capelli gli arrivano al petto. «Sei svenuta.» Sistema la pietra davanti a me e ci appoggia sopra la bevanda.

La prendo, la annuso, mi viene da vomitare. «Stai scherzando, vero?» Rovescio in bocca la pozione. «Che schifo, mi vuoi uccidere?» La sputo vicino a Sem, che salta indietro. «Cos’è questo coso? Ha un sapore acido, mi brucia la gola.» Tossisco, mi sfrego la lingua con le dita.

Anori raccoglie i capelli dietro la nuca, li lega con un laccio e li infila sotto il cappuccio. «Le medicine non si prendono perché sono buone.»

Mi alzo, ho il capogiro. Le ginocchia cedono, si piegano, cado.

Anori si precipita, mi regge il capo e lo massaggia. «Ti sei fatta male?»

Non avevo mai fatto caso alle sue labbra. Così… boh. «No, ma gira tutto.»

«Eh, certo. Se la sputi, non serve a niente.»

Resto stesa. Il cielo è grigio, le nuvole bianche corrono, quelle scure no, si trascinano piano. Immagini, all’improvviso. Non mie, vecchie, sbiadite. Ricordi di qualcun altro che mi attraversano la testa.

Anori si allontana. «Sil, sei avvolta da un velo chiaro. I vestiti sembrano luminosi.»

«Ma io non vedo niente.»

Si gratta il naso. «Boh, mi era sembrato, ora il bagliore è sparito.»

«C’è qualcosa laggiù.» Pulisce il contenitore con la neve. «Hai visto qualcosa di preciso?»

Punto l’indice sopra la collina. «Da quella parte, uno strano uomo.»

Guarda nella direzione indicata, tappa una narice col dito e soffia. Il muco verde si spiaccica sulla neve. Passa il polso sul naso. «Come hai fatto a vedere? Io non vedo niente.»

Dove sei? Muovo la testa a destra e a sinistra, indico l’uccello. «Da lassù. Vieni con me o no?»

Lui sbuffa. Cammino con Sem al fianco, raccoglie le sue cose e ci segue. «C’è una tenda laggiù.»

Del fumo sale da una grossa pentola. Per terra, contenitori lucidi e trasparenti. Ci sono cose sottili e colorate. Devono essere buste, fatte con un materiale cattivo. Plastica, mi sembra. La nonna lo aveva detto: troppi uomini non hanno rispetto per il nostro pianeta. Mi avvicino alle spalle di un uomo. È chinato, con il braccio dietro la schiena, tocca il terreno intorno. Mi piego e prendo il mestolo poggiato su un sasso. «Stai cercando questo?»

Si volta e spalanca gli occhi. Le sopracciglia sono più lunghe e folte dei capelli. Quasi mi sbatte contro. Inciampa su una cassetta di legno, ci si siede e si rovescia all’indietro. Ora è a terra, con lo sguardo in alto. Porto la faccia sopra la sua e gli tocco la barba.

Mi corico al suo fianco. «Anche a me piace buttarmi per terra e guardare il cielo. È calda e soffice.» Prendo la sua mano. «Non sei stato tu a fare del male al piccolo Morbidoso.»

L’uomo salta in piedi. «Morbidoso? Chi è? Dove sono i tuoi genitori?»

Mi volto verso i miei compagni. «Non sono sola, ci sono loro con me. Mi chiamo Silgiu e sono una bambina… no, una donna adesso. Ho quasi tredici anni.»

Il vecchio sgrana gli occhi. «Io sono Leo. Sei con un altro ragazzino e un gatto?»

Metto le braccia dietro la schiena e mi chino sulla pentola. «Come fa a funzionare il fuoco senza legna? Le fiamme azzurre escono da tanti buchi. Come fa la fiamma a uscire da questo oggetto?» Tocco e ruoto tutto. «Questo a cosa serve?»

Il fuoco sparisce.

Leo mi dà un colpetto sul polso. «Serve per accendere o spegnere il fuoco.»

La giro da una parte e dall’altra. «Perché non si accende?»

«Ti faccio vedere.» Ruota la rotella sotto l’aggeggio: esce un sibilo. Dalla tasca estrae un oggetto, scorre il dito sopra e spunta un fuocherello. Lo accosta a un piatto di metallo rovesciato e forato sui bordi, dai quali scaturiscono tante fiammelle, gialle e azzurre, tutte uguali.

«Serviva un piccolo aiuto, e questo si chiama accendino.» Apre il pugno per mostrarmelo.

Leggo tutti i giorni, e non ho mai letto di questa cosa magica. Glielo prendo. «Che bello, come funziona?»

Lui osserva la mano chiusa, la riapre, mi guarda. «Sei stata velocissima. Come hai fatto?»

Spingo in alto il coperchio dell’accendino. Si apre, esce un brutto odore.

Leo ride. «Che faccia hai fatto.» Mescola il cibo nella pentola. «È odore di benzina. Cosa ci fate in questo posto da soli?»

Mi allontano e giro la rotella ruvida verso il basso. «Fa la scintilla.» Si forma una fiamma azzurra.

«Restituiscimelo, è pericoloso. Sei troppo piccola.»

Lo nascondo in tasca. «Non sono piccola, sono una donna.»

Anori arriva all’accampamento, si toglie il cappuccio. Respira a fatica. «Perché non mi hai aspettato?»

Entro nella tenda del vecchio. «A cosa serve il lungo bastone con i buchi?»

Leo avanza di scatto e prova a prendermi l’oggetto. «Si chiama fucile. Serve per difendersi.»

Vado da Anori. Lui è più grande, non legge mai, ma sa tante cose. «Come fa a difendersi con un bastone?»

«Per favore, ridammelo,» dice Leo.

Anori mi guarda a bocca aperta, deglutisce. «Parli con lui? Quando hai imparato il francese?»

Non mi serve, ne posso trovare tantissimi. «Tieni, uomo con la testa liscia. Francese… che vuoi dire?»

Anori gira gli occhi dall’altra parte. «Non fa niente.» Si avvicina alla tenda, ci guarda dentro. Torna al fuoco, solleva il coperchio della pentola e annusa. «C’è uno strano odore.»

Leo entra nella tenda ed esce con quattro ciotole. Ne dà una a me, un’altra ad Anori e una la poggia a terra. La quarta la tiene per sé. Si siede su un sasso. «Mangiate con me. Dopo mi racconterete perché un ragazzo, una bambina e un gatto sono in questo posto da soli.» Versa il cibo nelle scodelle, si mette di fronte a noi con una scatola nera. «Guardate qua.»

Non c’è niente. Una luce mi acceca, giro la faccia. «Che cos’è?»

Leo vi scorre sopra le dita. «Si chiama macchina fotografica.» Rrovista nelle borse, prende un filo bianco e lo infila in un foro. «Ho fatto una fotografia. Così, come ricordo.»

«Come quelle nei libri?»

Butta tutto dentro la sacca. «Sì, esattamente.»

Non era tanto buono. Meglio la nostra carne secca. Anori monta il rifugio di pelli, mi chino. Sem si infila tra le mie gambe e sfrega il muso sulla guancia. Il vento mi sposta il cappuccio sugli occhi.

«Vieni, Sil. Andiamo a dormire,» dice il mio amico.