L'identità si costruisce per non soffrire.
Ogni personaggio, prima ancora di entrare nella storia, si è già raccontato qualcosa su di sé.
«Io tengo tutto insieme.»
«Io non dipendo da nessuno.»
«Io valgo se riesco.»
Non sono semplici frasi. Sono modi di stare al mondo. Spesso nascono da qualcosa che il personaggio ha vissuto molto prima che la storia cominci, e per un certo periodo funzionano davvero.
Se da bambino ha imparato che nessuno arriva ad aiutarlo, può crescere convincendosi di non avere bisogno di nessuno. Se è stato considerato solo quando faceva bene qualcosa, può finire per confondere il proprio valore con il risultato. Se ha vissuto nel caos, magari diventa quello che organizza tutto, controlla tutto, prevede tutto.
All'inizio queste strategie proteggono.
Poi si irrigidiscono.
A quel punto il personaggio non pensa più: «Faccio così perché ho paura.»
Pensa: «Io sono fatto così.»
Ed è qui che la faccenda diventa interessante.
Finché il mondo gli dà ragione, quell'identità regge. Può perfino sembrare una qualità. Quello che controlla tutto appare affidabile. Quella che non chiede mai aiuto sembra forte. Quello che vive per il successo sembra ambizioso.
Poi succede qualcosa che non entra più nello schema.
E la storia comincia a premere proprio lì.
Non hai bisogno di spiegare subito al lettore chi è il personaggio. Anzi, spesso è meglio non farlo.
Un uomo convinto di dover avere tutto sotto controllo potrebbe controllare gli orari della metropolitana anche nei giorni in cui non deve prenderla.
Non serve aggiungere che è ossessionato dal controllo. Il gesto basta.«Aprì l'app dei trasporti. La linea verde portava quattro minuti di ritardo. Richiuse il telefono. Quella mattina lavorava da casa.»
Lo stesso vale per una donna che ripete di non avere bisogno di nessuno.
Magari non userà mai niente di tutto questo. Ma sapere che c'è la tranquillizza.«Nel mobile del bagno teneva garze, cerotti, disinfettante, ghiaccio istantaneo e una confezione ancora chiusa di punti adesivi. Viveva sola da nove anni.»
È così che un'identità diventa visibile: non attraverso quello che il personaggio dichiara, ma attraverso ciò che fa senza accorgersene.
Il problema arriva quando quella definizione non basta più
Per incrinare l'identità di un personaggio non serve per forza una tragedia.
A volte funziona meglio una cosa piccola, quasi ridicola.
Un uomo che misura il proprio valore attraverso il lavoro riceve finalmente un premio.
Dovrebbe essere soddisfatto.>
«Tolse la targa dalla scatola. Sotto “miglior dipendente dell'anno” il suo cognome aveva una lettera sbagliata. La fissò per qualche secondo. Poi per altri dieci.»
Il punto non è l'errore nel nome.
Il punto è che qualcosa che avrebbe dovuto confermarlo, all'improvviso, non lo conferma abbastanza.
Oppure pensa a un uomo che si considera libero, indipendente, uno che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno.
Un giorno il capo non viene al lavoro.
«Alle otto e ventotto era già seduto alla scrivania. Guardò l'orologio sul monitor. Nessuno gli aveva chiesto di essere lì.»
Non succede niente di enorme. Nessuno lo accusa, nessuno gli fa una lezione sulla libertà.
È lui che, per un attimo, vede qualcosa che non torna.
Ed è sufficiente.
La prima reazione non è cambiare
Qui c'è un punto importante.
Quando un personaggio scopre che l'immagine che ha di sé non regge più bene, non la abbandona immediatamente. Quasi sempre cerca di salvarla.
La forza del conflitto sta proprio lì.
Quello che si considera sempre forte continuerà a comportarsi da forte anche quando è stanco, spaventato o sul punto di crollare.
«Continuò a sorridere mentre gli spiegavano che il progetto era stato affidato a un altro. Uscì dalla stanza ancora sorridendo. In ascensore si massaggiò le guance.»
Non pensa: sto fingendo.
Probabilmente non pensa proprio niente.
Fa quello che ha sempre fatto.
Oppure un uomo che ha costruito metà della propria identità intorno al matrimonio si trova a compilare un modulo pochi mesi dopo la morte della moglie.
«Alla voce “stato civile” segnò sposato. Rimase con la penna sul foglio. Poi cancellò la croce.»
Non c'è bisogno di aggiungere molto. Per qualche secondo è ancora ciò che era prima. Poi il foglio gli ricorda che non lo è più.
La crepa viene prima della consapevolezza
Il cambiamento funziona meglio quando il personaggio lo sente prima di capirlo.
Continua a comportarsi secondo la vecchia identità, ma qualcosa comincia a incepparsi.
Se pensa di essere quello che risolve ogni problema, davanti a qualcosa che non può aggiustare proverà comunque a trovare una soluzione.
Se pensa di non innamorarsi mai, trasformerà ogni gesto in qualcos'altro.
Non è gelosia.
Non è paura.
Non gli manca nessuno.
Sta solo controllando.
«Cancellò il numero. Un'ora dopo lo cercò nella cronologia delle chiamate.»
Questo è già conflitto. Non serve scrivere: capì di essersi innamorato. Anzi, spesso sarebbe troppo presto. Lo stesso vale per un personaggio che si è sempre raccontato di essere quello allegro.
«Rise insieme agli altri. Quando smisero, si accorse di non aver sentito la battuta.»
Magari continuerà a sorridere anche nella scena successiva. Ed è giusto così. Le persone non cambiano idea su se stesse in cinque minuti.
Quando la crisi non funziona
Uno degli errori più comuni è spiegare troppo.
«Capì che tutta la sua vita era stata una menzogna.»
Può succedere, certo, ma quasi mai è interessante quanto vedere quella menzogna iniziare a non funzionare più.
Un altro problema è il cambiamento improvviso.
Un uomo che per trent'anni ha creduto di dover controllare tutto non diventa spontaneo dopo una conversazione. Può capire qualcosa, può avere un momento di lucidità, ma il vecchio comportamento tornerà.
Anche più volte, ed è normale. Anzi, spesso è proprio lì che il personaggio diventa credibile.
Attenzione anche all'errore opposto: renderlo completamente cieco. Può negare quello che sta succedendo, può trovare scuse, può dare la colpa agli altri, ma qualcosa deve arrivargli addosso.
Una sensazione.
Un fastidio.
Una reazione sproporzionata.
La percezione che una cosa che prima funzionava adesso faccia un po' più male.
Prova con il tuo personaggio
Prendi una frase che il personaggio potrebbe dire di sé.
«Io sono quello che risolve i problemi.»
Adesso non dimostrare direttamente che è falso. Mettigli davanti qualcosa che non può risolvere.
«Il figlio gli chiese cosa avrebbe dovuto fare della sua vita. Lui aprì la bocca, guardò la libreria e indicò uno scaffale. “C'è un libro molto buono su queste cose.”»
Oppure:
«Io non mi innamoro mai.»
«Cancellò il numero. Poi svuotò il cestino dei contatti. La mattina dopo lo cercò nelle vecchie email.»
Oppure ancora:
«Io sono sempre quello allegro.»
«Rise insieme agli altri. Qualcuno gli chiese cosa ci fosse da ridere. Lui continuò a sorridere.»
A questo punto prova a chiederti perché il personaggio abbia bisogno di quella definizione.
Non da dove viene in senso biografico soltanto.
A cosa gli serve, oggi?
Che cosa evita?
Che cosa rischierebbe se smettesse di crederci?
È lì che l'identità smette di essere una semplice caratteristica e diventa materiale narrativo.
Perché il problema non è soltanto che il personaggio ha un'idea sbagliata di sé.
Il problema è che quell'idea, in qualche momento della sua vita, gli è servita davvero.
Ed è proprio per questo che lasciarla andare fa così male.