Il dolore nelle parole
1 - Il sogno
Uno schiocco.
Sergio scuote il telo da mare. «Chi sarebbe Maria?»
«Non importa.»
«Veramente? Continuavi a ripeterlo.»
«Ho sognato una bambina sull’altalena con la madre.» Mi metto seduto. «Io ero con loro.»
Lascia fluire i granelli tra le dita. «E poi?»
«Eravamo insieme. A un certo punto, non più.» Spariscono sempre prima che riesca a capire e ogni volta resta solo un nome.
Il pescatore recupera un bibi dal secchio e lo taglia in due con le forbici. L’amo affonda nell’esca. Sgocciola lungo il polso fino a colare dove gli mancano anulare e mignolo. Il verme si torce ancora, più vivo del sogno.
«Nevio.» Sergio sputa nella maschera. «Dai, vieni a fare il bagno.» Si infila le pinne.
«Tra poco.»
«Come vuoi. Però i tuoi muscoli, evaporati. Kickboxing? Finito.»
L’uomo pianta i piedi e con un colpo di braccia lancia. La canna si piega, il peso da cento grammi parte e la lenza sibila. Recupera il filo. Sul medio, un anello, serpente e scorpione.
Sergio si piazza sopra di me, gambe larghe, gocce che mi colano sulla pancia.
«Ti sei già stufato di rompere le scatole ai poveri pesci?»
Si china e mi bacia. «Vedi di farti la barba, poi ti resta il segno.»
«Pensa alla tua.»
Si sdraia accanto, occhi chiusi, la testa sui palmi. Ruota su un fianco, i capelli gli scivolano sul viso e coprono la cicatrice sullo zigomo. Sospira. «Anche i miei demoni si sono messi in costume e hanno smesso di darmi consigli, è un cazzo di paradiso.»
Due barche puntano all’Isola Piana. Una ha le vele gonfie, l’altra no. La risacca deposita tappi di bottiglia e posidonia sulla riva.
Mi sollevo sui gomiti. «Compriamo una casa sulla costa.»
Sergio ride, si volta in direzione del golfo dell’Asinara, segue la linea dell’orizzonte.
«Svegliarsi la mattina con un’isola alla finestra.» Si siede, incrocia le gambe e afferra la borsa frigo. «Sarebbe bello.» Prende la birra. «Oppure una barca e giriamo la Sardegna.»
Poco più in là, due bambine e un bambino accovacciati accanto a tre castelli di sabbia.
«Smettila di dire minchiate, vuoi che passi il tempo a vomitare?»
Mi colpisce la spalla. «Dopo un po’ ti abitui.» Si fa serio, il sorriso più dolce. «Mi piacerebbe davvero, ma non so se―»
«E dai, una barca, le onde, la salsedine, vuoi mettere con un caminetto e gli amici?»
Si tira su, immobile. Una smorfia.
«Sergio, ci sei?» Lo scuoto. «Oh, piantala di fare il coglione!»
«Sì, scusa.» Si massaggia il petto. «Ho sentito… niente.» Si avvicina e adagia la fronte contro la mia.
«Sicuro di stare bene?»
Apre la lattina, la schiuma schizza sull’asciugamano. «Fanculo.» Me la passa, si sdraia e apre le braccia.
Il sole passa da un foro nell’ombrellone e mi brucia il polpaccio. Persino l’aria ha smesso di essere fresca. Per lo meno sa di alghe e copre l’odore di parmigiana.
«Sergio, la bambina del sogno era identica a quella lì.»
«Stai ancora dormendo?»
Restiamo così. Il mare sbuffa e i gabbiani urlano in cerca di cibo.
Il ragazzino stringe un motoscafo rosso.
«Quel ragazzino… il suo viso.»
Sergio gratta i talloni. «Maledette alghe.»
«Finiscila, ti fai male. Non c’è niente lì.»
Il piccolo si alza, scrolla il costume, si avvicina e mi porge un modellino.
«Questo è per me? Come ti chiami?» Scappa via. «Grazie!» urlo.
Il pescatore richiude la canna. «Maria, fa uscire tua sorella dall’acqua, è tardi, mamma ci aspetta.»
Le dita di Sergio si intrecciano alle mie. «Perché quella faccia?»
«Ripensavo al pescatore con le figlie e il bambino.»
Sergio mi dà uno schiaffo al sedere. «Che dici? Eravamo soli. Li avrai visti in sogno, insieme a questa “Maria”.»
«Andiamocene.»
Torniamo a casa. La sabbia dovrebbe essere appiccicata addosso. Invece niente.