Ragazzo oceanico - Samuel

Maggio, 2021
Port Moresby Papua, Nuova Guinea

Alcuni credono che la propria vita sia scritta da tempo, e invece no. Ognuno decide da sé la via da percorrere.

Abbasso la visiera del cappello, lancio per terra la nuova tavola nera con due teschi bianchi, le quattro ruote fischiano sull’asfalto bollente. Un regalo per il mio tredicesimo compleanno. Il sole è già oltre le case, tra poco farà buio.

Il fetore di urina mi ricorda che sono entrato nel territorio di Kaugere e devo uscirne al più presto, chiacchiere alle mie spalle, mi giro. Tre Raskol della zona, conosco questi ragazzi. Mangi, il più giovane, lecca la lama del coltello.

C’è Pik, non ho bisogno di guardarlo in faccia, basta disporsi contro vento per capirlo, fa ruotare una catena.

Sul lato opposto Slip, il viso deturpato dalle cicatrici. Non vedo armi, ha una mano dietro la schiena ed è poggiato al palo della luce.

Mi fermano.

Premo la spalla all’edificio.

Slip mette un braccio sulla parete, alla destra della mia testa. «Che mi dici Samuel, hai preso una decisione?»

Odore acre, puzza di uovo e cipolla, copro il naso. «Come devo dirvelo? in italiano?» Pik si infila il mignolo nell’orecchio e ruota il polso. «Abbiamo roba buona, e anche delle nuove ragazze.»

«Non farò mai parte del vostro gruppo di teppisti, fate i bravi, ho altri progetti.»

«Cosa vorresti dire? Noi non siamo teppisti, siamo uomini d’affari.»

«Certo, come no?»

«Non puoi parlarci così,» dice Mangi.

«Non ho paura di voi, senza le vostre armi non siete niente.»

Slip si gira verso i compari. «Senza le armi non siamo niente? Vediamo di cosa è capace il ragazzino.»

Combattere o scappare. «Sentite, ho un po’ di soldi in tasca, sono vostri, ma lasciatemi in pace.»

Mangi incrocia le braccia. «No, bello, prima ti do una lezione e poi ti rubo i soldi.»

Spingo lo scimmione per allontanarlo, butto la tavola davanti, ci salto sopra, premo con il piede sull’asfalto e scappo.

Imbocco una via laterale, evito un bidone della spazzatura, un’automobile mi viene addosso, salgo sul marciapiede, afferro lo skate e scavalco una ringhiera. Loro mi sono alle calcagna, ma quanto fiato hanno?

Ruoto l’angolo, altri tre energumeni discutono con una ragazza, mi fermo. Uno ha petto e gambe sottili, sembra che qualcuno abbia strizzato sopra e sotto, e quello che c’era si sia riversato nell’addome. L’amico alla sua destra ha i pantaloni corti, sotto anfibi neri, l’indice infilato nel naso e i capelli rasati.

Il più grossa minaccia la ragazza con i pugni e fa roteare il braccio. Lei è impassibile, con le nocche sui fianchi e un sorriso appena accennato.

I miei inseguitori si piegano sulle ginocchia e sbuffano. Allora si stancano anche loro, iniziavo a dubitarne.

Le serrande dei negozi sono abbassate e i portoni chiusi, siamo soli. Controllo intorno, non ci sono persone affacciate alle finestre o balconi.

Il gigante vicino alla ragazza fa un segno ai ceffi dietro di me.

Il più grosso sta per colpire la ragazza, lei si sposta di lato.

Devo fare qualcosa. Mi lancio con lo skate, sbatto contro l’animale, che perde l’equilibrio e rotola sul marciapiede, io urto contro un’automobile rossa e cado. Mi ritrovo con il naso a pochi centimetri da terra, l’asfalto è umido, odora di latte avariato. Ingoio la saliva, alle spalle ho un muro di mattoni rossi.

Di fronte, lo scimmione con i suoi compari sogghigna. «Bene bene, il nostro amico ha finito di scappare, non è andato molto lontano.»

Non ho vie di fuga, sono in trappola. «Non ti volevo scaraventare per terra, è stato solo un incidente.»

«Chiudiamo questa storia, abbiamo perso troppo tempo,» dice Slip.

E adesso, come ne esco? La ragazza si avvicina, cosa avrà intenzione di fare, quella pazza? «Che cosa combini? Scappa.»

Tira su il mento, toglie un elastico giallo dalla tasca posteriore dei jeans e lega i capelli.

Muove la testa a destra e a sinistra e la coda ondeggia.

Mi fa l’occhiolino. «Ciao Cheeta, che ci fai ancora lì? Sollevati, dopo ti regalerò una banana.»

«Va’ via, ho già abbastanza guai, fa’ la brava.»

La ragazza si pone tra me e loro, ha le gambe divaricate.

Il più grande scatta e agita il pugno, lei sposta il braccio e para il colpo, lui colpisce con l’altra mano, lei si protegge e sferra una gomitata al suo torace. Un tonfo e un lamento, la giovane donna gli dà un calcio allo stomaco. Il ragazzo si piega e si accascia. Gli altri si scambiano un segno con il mento e scappano.

Poi dicono che le dimensioni contano.

La ragazza asiatica poggia le mani sui fianchi. «Riesci ad alzarti, Cheeta o ti serve aiuto?»

Ubbidisco. Dall’alto sembra innocua, poco più grossa del palo della luce.

Solleva il collo e passa la lingua sulle labbra. «Come promesso, Cheeta, se vuoi ora ti regalo una banana. Devi solo venire con me oltre l’angolo, c’è la casa dei miei nonni.»

Raccolgo il mio skate e faccio girare le rotelle. Questa vuole pestare anche me, ma no, potrebbe farlo anche qui, se solo lo volesse.

«Smettila di chiamarmi ‘Cheeta’, mi chiamo Samuel. Dovrei andare a casa.»

Lei punta gli occhi sulla tavola. «Okay, Cheeta che si chiama Samuel, io mi chiamo Chiyo.

Lasceresti andare una ragazza da sola a casa a quest’ora?»

Avvicino lo skate al petto, non capisco perché ci tenga tanto. «Va bene, ti seguo, ma andrò via presto.»

Chiyo cammina a passo veloce, fatico a seguirla, come farà con quelle gambette corte? Arriviamo al cancello, all’interno un edificio in legno colore noce chiaro, diviso in camere su un piano.

Nel giardino non ci sono grandi alberi, solo sabbia bianca disposta a collinette serpeggianti, simili a increspature sull’acqua. In mezzo, tre sassi spigolosi con le onde di sabbia intorno. Un sentiero di pietra porta alla casa, ha finestre più grandi del normale.

Un’altura separa i due ambienti.

Imbocchiamo un passaggio lastricato, arriviamo su un dosso artificiale. Il lago di sabbia si vede dall’alto, mi piace molto.

Chiyo fa scorrere la porta. «Nonno, Nonna, ho trovato una scimmietta, ne farò il mio animaletto di compagnia.» Si gira e ride. «Tranquillo, Cheeta, per questa volta non ti rinchiudo, sembra che i nonni non siano in casa.»

Agita davanti al mio naso i suoi sandali. «Sono calzature giapponesi, Geta il loro nome.» Indica il locale con l’indice. «Questa stanza si chiama Genkan, le scarpe si collocano nel Getabako, tipica scarpiera.»

Salgo uno scalino e sono alla camera successiva, più alta rispetto al Genkan. La parete è liscia, color marrone chiaro e nell’aria c’è un buon profumo.

«Che cos’è questo odore?»

«È la fragranza tipica del tatami.»

L’arredamento è ridotto al minimo indispensabile, anche le decorazioni sono poche.

Mi afferra la mano. «Vieni con me sul retro, ti mostro l’angolo del nonno.»

Uno spettacolo. Un prato con dei tronchi di legno sparsi qua e là. Su ognuno di questi c’è un albero con forme e colori diversi. Qualcuno con il tronco dritto e conico, sinuoso, contorto e ritorto. Uno lo ha inclinato da un lato. Quello vicino, invece, ha i rami solo da una parte, mentre due piante hanno il fusto che scende oltre il vaso.

Abbraccio Chiyo, ha gli occhi neri. «Sono bellissimi, la cosa più bella che abbia mai visto.»

Chiyo mi guarda storto, la lascio, ha la maglietta stropicciata, le appoggio le dita sul petto per sistemarla.

Si allontana, mi afferra un braccio, lo tira verso l’alto, e in un attimo mi ritrovo per aria. «Che fai? tocchi?»

Che figuraccia. «No, non volevo, scusami.» Penserà che sono un depravato.

Ride piegata in due e mantiene la pancia. «Non fare quella faccia, scherzo. C’è ben poco da toccare.»

Mi giro verso gli alberi. «Molto belli.» Ci sarà anche poco da toccare, ma intanto per poco non mi rompeva l’osso del collo.

«Osserva ciò che ti stanno mostrando, leggi la loro storia dal tronco, sui rami, sul secco. Immagina dove hanno vissuto, come lo hanno fatto e come hanno lottato per sopravvivere. Pensa al vento, che soffia tra i rami. Il peso della neve sulla chioma. Il rumore delle rocce che si staccano dalla parete e arrivano al tronco, causano ferite, scortecciamenti e il seccare dei rami. Vedi tutto questo, e le emozioni andranno oltre alla semplice sensazione che il bonsai sia semplicemente bello.»

Mi passa una tenaglia dalla lama concava. «Prova, taglia quel ramo.»

Sono un po’ a disagio. «Come devo fare?»

Chiyo adagia la mano sopra la mia, la stringe, la porta su un ramo sottile e taglia. «Non è stato difficile, prova tu.»

Sono tutti uguali per me. «Come faccio a sapere quale sia quello giusto da tagliare?»

«Ti aiuto, questo esce dal profilo, puoi tagliarlo.»

Accosto l’attrezzo, il polso trema, taglio. La guardo, è sbiancata.

«Cosa c’è che non va? perché fai quella faccia? cosa ho fatto?»

«Quel ramo, no.»

La tronchese concava mi scivola e cade sul prato.

«Lascia stare, è stata colpa mia, rientriamo in casa,» dice Chiyo.

Il suo viso è triste, mi siedo su un cuscino sopra il tatami, non voglio più tagliare rami.

C’è un tavolo basso e di fronte una rientranza.

«È un Tokonoma quello.»

«Cos’è un Tokonoma?»

Chiyo si siede al mio fianco, profuma di borotalco. «Vuoi sapere troppo, basta per oggi.»

Mi perdo sulla bocca piccola e le labbra carnose. «Hai ragione, è tardi, i miei saranno preoccupati.»

Sorride. «Certo. Sai dove abito, vieni quando vuoi.»

Mi fa male sotto la scapola.

«Perché muovi la schiena in quel modo?»

«Non è niente, devo andare, davvero.»

Chiyo mi tocca le spalle. «Fammi vedere.»

Non sembra una richiesta, sollevo la maglietta.

Il tocco di Chiyo è soffice e caldo. «Sembra una bruciatura a forma di cerchio e pare recente.»

«Non so come sia successo, ma ora devo proprio andare.»

La strada per casa è buia, lampadine spente su lampioni ammaccati e arrugginiti. Rumore delle rotelle sull’asfalto. Davanti ci sono due ragazzi, poggiati al muro di un giardino con le inferriate in ferro battuto. Sono quelli di prima, li riconosco dai vestiti e dalla postura.

Cambio direzione per tornare sui miei passi. Dall’altra parte i compari. Mi aspettavano?

Arriva un’auto nera, si ferma vicino, escono due uomini in abito bianco.

Slip increspa il naso. «Che cosa volete, voi? Cambiate aria o sarà peggio.»

Il tizio in abito gli va incontro, il bullo estrae la pistola e la punta in faccia all’uomo. Il tipo con la giacca bianca colpisce il polso con una mano, con l’altra prende l’arma e la punta sulla fronte di Slip.

«Fermo amico, non sparare, stavamo solo giocando.»

L’uomo inizia a contare. «Cinque, quattro, tre…»

I ragazzi scappano. L’uomo con la cravatta estrae i proiettili e li getta nel cassonetto, la pistola in quello a fianco. Alliscia la camicia e sistema la cravatta, si volta verso l’amico.

L’altro chiude lo sportello anteriore e apre quello posteriore, escono due persone, sfrego gli occhi, sono i miei genitori e si tengono per mano. Da molto non li vedevo così.

«Mamma? Papa? che ci fate voi qua?»

«Ti stavamo cercando, come stai? va tutto bene? ti hanno fatto del male?»

«Perché siete con questi due?»

Mio padre mi stringe le braccia. «Ascolta, se dovessi essere in pericolo o non sai dove andare, vai a Orreaga, di’ che sei Samuel Akem, hai capito?»

«Ma che cavolo significa? Orreaga?»

«Hai sentito o no?»

«Sì, sì. Perché dovrei essere in pericolo? e chi sono questi signori?»