Mary

L’altalena cigola. Mi lascio andare avanti, indietro. Le catene tirano, scricchiolano. Il sedile mi sega le cosce. Tengo gli occhi chiusi, conto il fruscio delle foglie sopra la testa.

Tre. Quattro. Respiro. Cinque. Il corpo smette di sentire.

«Mary. Gira la testa.»

La voce di Jusy, acida, divertita.

«Che vuoi.»

«Guarda chi arriva.»

«Non vedo niente. Stai zitta.»

«Dai. Stai già sbavando. Te lo faresti anche qui, col culo per terra.»

«Sì, così mi guarda mentre ti sotterro viva.»

Mi afferra il polso. «Ti sei sistemata il reggiseno appena l’hai visto.»

Le dita mi scattano al petto. Istinto. La odio.

«E tu hai ruttato. Cos’è, il tuo modo di sedurre?»

Ride. Un suono di gola, sporco.

Samantha le dà una spinta. «Andiamocene. Sta per succedere qualcosa di imbarazzante.»

Mi alzo. Le guardo allontanarsi. Jusy mi manda un bacio finto. Sam non si volta.

Lui è lì, fermo. Io no.


Ho detto sì senza pensarci. Come quando dici “ok” solo per toglierti di mezzo.

Ora ho la sabbia dentro le scarpe, mi gratta le caviglie. I capelli pizzicano. Mi siedo, muovo il culo sul telo, cerco un punto piatto. Solo sabbia e spine secche.

Infilo le mani sotto la camicia. Il petto è ancora caldo, le dita invece no. Un brivido mi attraversa.

«Porta con te il pullover, oggi fa freddo.» La voce di mamma nella testa. Lo mormoro. Nessuno mi sente, al buio.

Non uscivo da mesi, o più. Non volevo vedere nessuno.

Una brezza arriva dal mare, puzza di alghe morte e benzina.

Chiudo gli occhi.

Papà che fa finta di pescare. Mamma che si lamenta per la sabbia nelle patatine. Mio fratello che urla. Forse eravamo felici. O solo occupati.

Apro gli occhi.

Lui è ancora lì, con la testa all’insù guarda il cielo, come se aspettasse qualcosa.

Dice sempre che vuole andarsene nello spazio. Io, invece, non ci vedo niente. Stelle, freddo, silenzio.

«Ti sei perso qualcosa?»

Non risponde. Forse non ha sentito. O finge.

Si volta. La luna gli illumina mezzo volto. L’altro resta in ombra. Ha una barba di due giorni, le labbra piene. Sembra stia per ridere. O per trattenersi.

Tira fuori lo zaino, resta in ginocchio, rovista. Ne esce un sacco a pelo, grosso, gonfio.

Mi guarda. «Entra.»

«Sto bene qua.»

«È più caldo dentro.»

«Ti sei portato anche il termosifone?»

Si gratta il collo. «Facciamo un gioco.»

«Che gioco.»

Si toglie i pantaloni, resta in maglietta e boxer, i calzini ancora su. Mi viene da ridere e mi si stringe lo stomaco.

«Ci penso da giorni.»

«A noi?»

«No… a com’è quando ci sei tu. Quando siamo qui. E non c’è nessuno.»

Apre il sacco e mi guarda. Aspetta.

Io entro. Il telo interno graffia la pelle.

«Regole?»

«Se ti gira male, mi spingi e io smetto.»

«Facile.»

Un bagliore, in acqua. «Ho visto qualcosa.»

«Dove?»

«In cielo, sul mare. Un affare. Per un secondo.»

«Che forma?»

«Non importa, ora è sparito. Ci pensiamo domani.»

È il mio ragazzo? Non lo so. Forse sì, forse no. Sì, cazzo.

Entra anche lui. Ha le mani gelate.

«Scusa.»

Le tiene lontane. Chiude la zip. «Hai paura del buio?» Ridendo, ma non troppo.

Si avvicina, mi bacia sul collo. Ha il respiro caldo. La lingua è lenta, sa di caramella. Fragola, forse.

Lo fermo con la mano.

«È iniziato il gioco, no? E adesso?»

Mi guarda, tocca la camicia. «Ti sbottono.»

«Poi?»

«Ti bacio, ti annuso. Ti lecco finché ti va.»

Mi pulsa tutto nelle orecchie. «E se mi blocco?»

«Mi fermi.»

Respiro il suo odore. Mi stringe. Non so se ridere o mordermi la lingua.


Mi sveglio con la bocca asciutta. «Quanto ho dormito?»

«Due ore, circa. Hai un buon sapore.» Si irrigidisce. «Aspetta. Hai sentito?»

Un rumore, come un ramo. Apre la zip, esce.

Io resto.

Qualcosa sbatte contro il sacco. Forte.

Mi tiro su, il telo si impiglia sotto il ginocchio. La luna è coperta, il buio è totale. Cammino piano. Il cuore mi spinge nel petto. Inciampo su qualcosa di tondo, mi piego e accendo la torcia.

È... morbida. Bagnata. Capelli, pelle. Occhi chiusi. Troppo fermi.

La bocca è storta.

È una testa.