Ragazza amerindi - Isabel
Maggio, 2021
Tahlequah, Oklahoma
Una vita dalla parte sbagliata delle sbarre non è vivere. Domani vado via, come al solito mia madre mi preparerà una grande torta alla panna e ananas con le candeline sopra. Questa volta sono tredici.
Ho iniziato a contare le ore dal primo minuto in cui ho messo piede in questo posto. Dopo una settimana, dal mio arrivo, ancora non riuscivo a credere di essere qua. Tutto mi sembrava irreale, come se stessi vivendo in un sogno. La prima notte non ero riuscita a chiudere occhio. Per tutto il tempo si sentiva il mormorio delle ragazze, entravano e uscivano in continuazione, si capiva che c’erano attività poco chiare e illecite. Sapevo che non avrei dovuto farmi coinvolgere.
Sono qui da un anno ormai. Mi torna in mente il ricordo dell’ultimo giorno di libertà, sembra passato un secolo.
Mia madre era ai fornelli. «Isabel, perché non esci a cavalcare? Ti è sempre piaciuto.»
Mi capitava spesso di trovare stimoli diversi. «Ora no, Mamma, devo terminare una ricerca. Ho trovato delle cose interessanti.»
Mamma entrò in camera e si appoggiò alla porta. «Da non credere. Mia figlia preferisce studiare, piuttosto che andare a cavallo. Sei veramente tu?»
Ironica e fastidiosa ma è vero. «Piuttosto, hai mai sentito parlare dei Kachinas?»
Non so cosa le prese. Stavamo parlando tranquille e poi si girò all’improvviso, la vidi precipitarsi come una furia verso il computer, si inchinò senza lasciarmi il tempo di aprire bocca e staccò la spina. «Smettila di perdere tempo in queste sciocchezze, quante volte devo ripeterlo? E ora esci, devo sistemare il disordine che hai combinato!»
Ricordo che stavo facendo ricerche su alcune leggende del nostro popolo, non credevo di aver fatto qualcosa di male. Gli adulti sono strani, mi venne voglia di uscire di lì, di cavalcare. Andai dentro al recinto, Bullet era sempre irrequieto, il desiderio di correre l’aveva nel sangue, nei muscoli, nell’anima.
Accarezzai il muso del mio Mustang. «Ciao Bullet.»
Lui sollevò il muso e mosse le orecchie.
«Sei nervoso? hai voglia di uscire?»
Intuì che saremmo andati al galoppo. Da qualche giorno non si sfogava e iniziava a essere nervoso.
Andava veloce, il vento fresco sul viso mi fece correre un brivido sulla schiena.
Di fronte a me una nuvola di polvere. «Andiamo Bullet, facciamogli vedere come si va veloci.»
Davanti c’era Nahuel, si accorse di noi e aumentò l’andatura. Iniziammo a rincorrerci, i muscoli dei cavalli rilasciavano potenza sotto forma di velocità. Ero libera, non avevo pensieri o preoccupazioni, senza quel senso di disagio che, da mesi addietro, mi portavo nel cuore.
Ci fermammo, i cavalli dovevano riposare. Sdraiati sul prato contemplammo il cielo, anche le nuvole gareggiavano tra di loro.
Posai le mani sull’erba, era fresca e morbida, piacevole al tatto. Con le dita toccai qualcosa di liscio, un sasso a forma di goccia. Lo esaminai a lungo, era nero e lucido, al centro un cristallo bianco, uscivano a raggiera sette punte di larghezza e lunghezza simili. Nahuel sputò un filo d’erba che teneva tra le labbra. «Molto bello.»
Gli tesi la mano aperta con il sasso. «È tuo.»
Arrivarono alcune persone su fuoristrada blu, con la proposta, che in seguito accettai e che mi fece entrare in questo posto.
Sopra c’è la rete della brandina nera, con chiazze di ruggine sparse sul telaio. La coperta è grigia, con una striscia gialla sul lato più lungo, le lenzuola di cotone sono ruvide e senza profumo. Mi mancano quelle di mia madre. La fragranza dell’ammorbidente alla pesca che odiavo, ora la desidero. Ascolterei con piacere i rimproveri di mio padre. Tra poco sarebbe cominciato l’ultimo giorno, con un bell’articolo ricco di dettagli. Non vedo l’ora di tornare dalla mia famiglia, dal mio Bullet. Abbracciare Nahuel e magari baciarlo per la prima volta.
Le guance si incendiano.
Ma lui non è interessato a me. È troppo figo, sarà circondato da mille ragazze.
La giornata scorre tranquilla. Mi sono tenuta lontana dai guai, è l’ultima in cui avrò lavato pavimento, tavoli, bicchieri e tutto il resto. Tra non molto avrò chiuso la mensa, sono stanca e non vedo l’ora di andare a letto.
Scorgo un’ombra scura davanti al vetro satinato della porta d’ingresso.
Rumore di nocche sulla porta. «Isabel, lasciaci entrare, abbiamo fame, sappiamo che sei dentro.»
Malia, riconoscerei la sua voce tra mille.
Se dovessero entrare, finirebbe la tranquillità.
«Andate via, è chiuso.»
La faccia di Chitsa è spiaccicata sul vetro. «Ci basta poco, non tocchiamo cibo da questa mattina.»
Ma alcolici sì. Come liberarmi di loro? «Non ho niente da darvi.»
«Prenderemo qualcosa e andremo via subito, lo prometto,» dice Winema, dando calci alla porta.
Vogliono entrare solo perché c’è il televisore, o perché si stanno annoiando. C’è sempre chi insiste per passare qualche minuto ad ascoltare le notizie o un canale musicale.
La loro voce è insicura, biascicante, sembrano ubriache, lo immaginavo. Trovano sempre il modo di procurarsi dell’alcol.
Il vetro dell’anta vibra sotto i colpi.
Non posso crederci. Loro sono qui da poche settimane, le conosco come ragazze tranquille, molto vivaci sì, ma comunque brave persone. Ho fatto amicizia, non siamo amiche del cuore ma in ottimi rapporti, non mi avevano mai causato problemi, prima d’oggi.
Apro, odore di alcool. Winema ha i pantaloni della divisa strappati e la maglia sporca di sangue. Si avvicina, solleva il mento e mi fissa. È più bassa di me, fisico atletico, capelli rasati a zero. Il portamento e il passo ricordano quelli di una modella. Le altre due, basse come lei, ma grosse e muscolose, le stanno sempre intorno, un misto tra angeli custodi e cani da guardia.
Malia ruota la sedia, siede con la spalliera dalla parte del tavolo. «Portaci qualcosa.»
Chitsa rigira l’indice tra i capelli. «Visto che siamo qua, accendi la televisione, per favore.»
La mia paura più grande. Mandarle via sarà un grosso problema. Le amiche non hanno segni di sangue o altre tracce che lascino pensare a risse.
Mi chiedo chi sia la malcapitata. «Avete delle ferite voi?»
Malia con il braccio mi fa segno di spostarmi. «No, stiamo bene.»
Mi fermo davanti a lei. «Vedo sangue sulla maglietta.»
Winema accenna un sorriso. «Non è il mio.»
«Di chi è?»
Winema storce la bocca. «Preoccupati di te, ora.»
Sbatto i pugni sul tavolo. «Che cosa volete da mangiare?»
Malia porta il busto indietro, mi osserva e solleva un sopracciglio.
Chitsa, con la bocca storta su un lato, mordicchia la guancia.
Winema, non ha mosso un muscolo. «Portaci quello che hai.»
Malia accende la televisione.
In cucina apro il frigo. Sistemo sul vassoio due pezzi di formaggio confezionato e del prosciutto. Prendo il pane dallo scaffale. Deposito tutto sul loro tavolo. Torno in cucina e lascio pronto per le colazioni di domani.
Le ragazze si ingozzano come lupi, Malia si dà colpi al petto con i pugni e tossisce.
Passo la spugna sul banco da lavoro. Uno schianto. Rumore di vetro che si rompe, corro in sala, cocci sparsi sotto il tavolo e vicino alle gambe delle sedie. Maledizione, hanno rotto un piatto. «Che cosa combinate?»
Malia apre le braccia. «Non l’ha fatto apposta, perdonala, è maldestra.»
Procuro la scopa. «Fate più attenzione.»
Devo restare calma, se avessi reagito in malo modo avrei solo peggiorato le cose. Altro baccano avrebbe richiamato l’attenzione degli agenti di custodia e la faccenda rischiato di degenerare. So che non è stato un incidente, lo hanno fatto con chiaro intento provocatorio.
Ancora rumore di piatto che si frantuma sul pavimento, vado di corsa, la faccia verso il soffitto e tutte e tre fischiano con un sorriso appena accennato, mi guardano.
Sbatto il palmo sul tavolo e agito il bastone. «Anche questo è caduto per sbaglio?»
Malia dà un morso al formaggio. «Ci minacci con la scopa?»
Chitsa passa il polso sotto il naso. «Non prendertela per un piatto.»
Lascio cadere il panno a terra. «Due, sono due i piatti, poi facciamo i conti, dovrete pagare quello che rompete.»
Winema solleva il terzo piatto, distende il braccio oltre il tavolo e lo fa cadere. Malia si lascia scappare una risata gracchiante, sembra uno stormo di cornacchie che si contendono il cibo. Afferra i bicchieri uno alla volta e li scaglia contro la parete.
L’ultimo giorno a rompere le scatole. Non so se e come reagire, o se lasciare perdere e fare finta di niente. «Vi state divertendo?»
Chitsa mette gli stivali sul tavolo. «Sì, molto.»
«Bene, ne sono felice.»
Winema mi viene di fronte, mi fissa. Infila le mani in tasca, acciuffa un bel po’ di soldi, una parte li poggia sul mio palmo e il resto li infila in tasca. «Ora sei tu in debito.»
«Non ho capito, cosa vorresti dire?»
Winema esce. «Lo capirai presto.»
Per terra ci sono cocci di piatti e pezzi di formaggio sparsi, vicino alla parete il vetro dei bicchieri. Che disastro. Calma, Isabel, ci vuole pazienza. Devo raccogliere i cocci, passare lo straccio, un gioco da ragazzi, e non dimenticare di lasciare i soldi.
Vado a dormire, spero abbiano fatto lo stesso anche loro, senza causare ulteriori danni.
È già tardi, barcollo su per le scale, mi appoggio alla ringhiera. Mancano alcuni pezzi di granito dal gradino, arrivo sul pianerottolo ed entro in sala.
Il mio letto è il primo a destra, apro l’armadio, cadono lenzuola, coperta e cuscino. La mattina sono sempre in ritardo e, per risparmiare tempo, avvolgo tutto e lo caccio nell’armadietto. Acchiappo il Beauty Case e lancio il resto sul materasso.
L’unico aspetto positivo della faccenda è un po’ di privacy in bagno.
Al suo interno un corridoio, sulla destra quattro locali senza porte, ognuno contiene un vaso sanitario. In origine credo fossero bianchi, ora color ruggine. In fondo, le docce. Mi levo la divisa e mi infilo sotto l’acqua tiepida, a quest’ora è sempre così. Rimango sotto due minuti, mi asciugo e mi lavo i denti.
Mi butto sul letto, spero di dormire senza ulterio...
Urla provengono da un’altra camerata, che c’è ancora? Mi giro, intenzionata a farmi i fatti miei, per una volta. Urla, e no, ancora casini, no.
Levo la testa fuori dalla porta. Sono le tre rompiballe. Percorro il corridoio e mi infilo nella loro camera. Winema spinge una poveraccia contro un armadio e le preme il coltello sulla gola. Le amiche, di fianco, ridono.
«Winema, cosa vuoi fare? sei impazzita! Metti via quel coltello. E voi? non fate niente?»
La ragazza ha l’occhio tumefatto e perde sangue dal naso.
«Lasciatela andare, cosa vi ha fatto?» Sposto la sventurata alle mie spalle.
Loro hanno occhi lucidi e guance rosse. L’odore dell’alcol è forte.
Mi guardano come se non avessero capito quello che ho detto, sono ubriache. Conosco gli effetti dell’alcol, il risultato è sempre lo stesso o quasi: rabbia, con atteggiamenti aggressivi.
Merda, proprio oggi questo casino?
Prendo Winema a braccetto. «Vieni con me, andiamo a passeggiare in corridoio, raccontami, perché sei così arrabbiata?»
I muri sono grigi, marchiati dalle suole degli scarponi. Nel soffitto, bolle di intonaco si distaccano dalla parete, ornate di macchie verdi di muffa. Dagli angoli penzolano ragnatele senza padrone.
Winema prende il mio polso, lo ruota, si libera del braccio e prosegue per il corridoio. La seguo, arriviamo in fondo, vicino alle scale c’è un banco di scuola con un quaderno e una penna. Apre la finestra.
Le afferro la spalla. «Che intenzioni hai?»
Le due amiche mi tengono ferma, Winema alza la scrivania e la scaraventa di sotto. Rumore di ferraglia e vetri infranti. Do uno strattone e mi libero. Controllo fuori dalla finestra. Il tavolino è sopra il parabrezza in frantumi di un’automobile. E ora sono nella merda sino al collo. Domani interrogheranno tutte le persone presenti per risalire al colpevole e, sino ad allora, nessuno avrà il permesso di uscire.
«Hai uno spazio vuoto tra le orecchie? credi che questa bravata resterà impunita?» Mi avvicino alla parete e ci appoggio la fronte.
Un tacchettio improvviso, arriva una tipa mora, con la maglia strappata e una grossa macchia amaranto sotto il collo. «Che cosa succede qui?»
Nuovi guai, no. Sorride, è tranquilla. Spero che mi dia una mano con queste tre teste vuote. «Aiutami, non riesco a calmarle.»
La nuova arrivata si muove con passo veloce e afferra Winema per il collo, le piega il capo in avanti, impugna una pistola e la punta alla sua testa. «Hai rotto le scatole con tutto questo casino.»
Non è possibile, ma che cosa succede oggi? sono tutti impazziti?
Porto le mani avanti e ben in vista. «Non so chi tu sia, amica mia, ma ti prego metti via la pistola, non fare cazzate.»
Le altre compagne rimangono sulla porta delle camere, nessuna interviene, come dar loro torto?
Winema è ubriaca, ma l’altra è fuori di cervello.
«Ascolta, Winema ha capito la lezione, si è calmata e ora va a letto con le amiche. Non hai bisogno di sparare.»
«Sì, come ha detto lei, vado a dormire,» dice Winema.
Le due amiche sono vicine, immobili, anche loro con le mani alzate.
La nuova arrivata spinge la pistola contro la tempia. «Le tue amichette adesso vanno giù e fanno sparire quel che resta di quel tavolino, chiaro?»
«Va bene, sta’ calma, andiamo subito,» dice Chitsa.
Spariscono giù per le scale.
«Come ti chiami? ti va di parlare?»
Stringe i capelli di Winema e li tira. «Ora non fai più la stronza. Te la prendi sempre con le persone più deboli. Il mio nome è Emma.»
«Ascolta, ne possiamo ancora uscire, ma se premi il grilletto, se la uccidi, non si torna indietro. Pensaci bene.»
«Mi sono rotta di questi bulli del cavolo. Facciamoli fuori tutti, posso procurare una pistola anche a te, nessun problema.»
È un incubo, che ore sono? Mezzanotte, l’ora delle streghe.
Le due amiche ritornano.
«Abbiamo fatto come hai chiesto, ora lascia la nostra amica,» dice Malia.
Trambusto sulle scale, chiacchiericci e passi veloci. Di fronte a noi appare una squadra di uomini in mimetica. Tre sono dietro l’angolo della parete, con il fucile d’assalto puntato dalla nostra parte. Altri due chinati sulle scale.
Emma usa Winema come scudo.
«Lascia cadere la pistola, questi ti fanno fuori, non essere stupida.»
Emma punta l’arma alla tempia di Winema.
Uno sparo mi fa saltare, la pistola cade dalle mani di Emma e il rumore metallico si unisce al fischio nell’orecchio. Dalla sua spalla esce il sangue, il rosso copre la macchia sul collo. Si accascia a terra. Mi butto sopra di lei le tappo la ferita con la mano.
I militari mi spostano.
Con una fascetta in plastica le legano i polsi dietro la schiena, la sollevano di peso e la portano via.
Di fianco a me Winema, Chitsa, Malia e la tipa, che era stata malmenata, ridono e si stringono in un abbraccio.
«Che cosa vuol dire? siete amiche ora?»
Winema mi poggia un braccio al collo. «Di che cosa ti meravigli?»
«In che senso? Non capisco.»
«Tu sei qua per un motivo, anche noi.»
«Io sono qua per la stronzata che ho fatto.»
Winema ride. «Inutile mentire, sappiamo tutto.»
«Perché avete usato me? perché non mi avete detto niente?»
«Perché così è stato credibile e coincide con il motivo che ti ha condotto qua. Ci siamo aiutate a vicenda.» Winema fa l’occhiolino. «Domani sarai libera e avrai la storia da consegnare al The Cherokee Phoenix, come hai patteggiato, e vissero tutti felici e contenti.» Mi colpisce la spalla con un pugno. «Ti avevo detto che saresti stata tu in debito con me.»
«Ahia, mi hai fatto male.» Torno in camerata e mi lancio sul letto. «Ma andate a farvi fottere, tutte e quattro.»
All’alba sono davanti a un cancello chiuso, dall’altra parte la mia vita, la libertà.
Scricchiolio dei cardini, oltre la fessura Nahuel corre verso di me. Un calore improvviso mi travolge lo stomaco. Al collo ha una cordicella con il sasso che gli avevo regalato quel giorno. Lo ha conservato.
Mi stringe forte, troppo forte per me.
«Lasciami andare, stai buono ora.»
«Non sei cambiata per niente, sei sempre molto bella. Mi sei mancata.»
I capelli neri gli scivolano sulla fronte, vorrei spostarli e baciarlo. «Neanche tu sei cambiato purtroppo.» Gli sollevo il ciondolo per guardarlo meglio. «Tu, invece, non mi sei mancato.» Mento.
Un dolore alla schiena mi fa contorcere il busto.
«Che cosa succede?»
«Qualcosa, sotto la scapola.»
«Fammi vedere. Hai una bruciatura, come un piccolo cerchio.» Tira giù la maglietta.
Sollevo le spalle. «Non capisco come sia successo, non avevo niente pochi minuti fa. Non dire niente ai miei.»
Mia madre mi butta le braccia al collo. «Ciao Isabel, come stai?»
Entro in automobile e appoggio la testa sulla spalliera del sedile. Non voglio ascoltare o raccontare. Solo dimenticare gli ultimi dodici mesi.
Mi sveglio, siamo già arrivati. Sono nel giardino di casa, esco dall’auto e vado in scuderia, lui mi ha sentito, nitrisce.
«Ciao bello, sono tornata.» Afferro il muso tra le mani e lo bacio.
Arrivano i miei genitori con due uomini vestiti di bianco.
Mi auguro che non ci siano ulteriori complicazioni. «Che cosa succede, Mamma?»
«Isabel, quando sarà il momento, dovrai andare in Giappone e cercare un tizio che si chiama Masorina Hamaruyut.»
«Perché devo trovare questa persona? e chi sono questi signori?»