Ragazzo caucasico - Daniel
Maggio, 2021
Italia - Cagliari
È già mattina, lancio il cuscino contro la sveglia.
Cavolo! la scuola! Questo raffreddore mi uccide, mi devo alzare subito, altrimenti chi la sente quella? dove ho messo le…? Eccole, infilo le scarpe da ginnastica, prendo il libro di matematica e quello di storia, pesano un quintale, il quaderno a quadri, le penne e metto tutto nella borsa di Tom e Jerry.
«Lo spuntino è sul tavolo, non dimenticarlo. Non so a che ora rientrerò,» urla dalla cucina mia madre.
Meglio che tu vada a lavorare. I tacchi si allontanano e il portone sbatte.
Le cose devono cambiare, mi sono rotto di subire sempre quei cretini. Gratto la testa e porto indietro i capelli. Devo pensare a qualcosa per fargliela pagare. Mi avvio verso la camera di mia madre. Arrivo in fondo al corridoio, appeso alla parete c’è il ritratto che ho fatto al nonno, sembra storto e lo raddrizzo. Cavolo non sarà l’inizio di un disturbo ossessivo compulsivo? Varco la soglia, l’armadio è a sinistra, spalanco l’anta ed esce profumo di limone, dove ha nascosto i medicinali? saranno dentro la scatola di scarpe? La apro, Bingo! La poggio sul comodino. Rovescio il contenuto, vediamo dove ti sei cacciata… trovata. Nel bugiardino c’è scritto: “lassativo di contatto, trattamento di breve durata della stitichezza occasionale”. Sapevo che era ancora qua, vediamo se è scaduta, naaah, chi se ne frega. Vado in cucina e divoro il panino. Si fa tardi e devo sbrigarmi. Prendo una rosetta, la divido a metà e verso mezza bottiglietta di purga nella mollica, sarà sufficiente? La verso tutta. Qualche fetta di salame e chiudo il panino.
Quasi quasi, ma sì. Lo riapro, tiro su con il naso e ci sputo dentro un misto di saliva e catarro. Lo avvolgo con carta e pellicola trasparente. Nascondo i dieci euro nella scarpa. Riempio la bottiglietta del lassativo con acqua, conservo tutto al suo posto e infilo il panino in tasca. Quasi dimenticavo, piego un foglio di carta e lo porto con me.
Arrivo al portone della scuola, loro sono là, il più alto e grosso è adagiato con la schiena al muro, un ginocchio piegato, con la suola che poggia alla parete.
Spunta una grande testa, come una palla da basket sopra un collo tozzo. Sarebbe molto più alto se la schiena non fosse ricurva in avanti. Pare un gorilla, il corpo è muscoloso e i peli escono dai bottoni della camicia a macchie. Con tutto il rispetto per i gorilla.
L’altro ha le braccia incrociate e guarda altrove. Mi arriverà al petto, il torace e la pancia sono infossati e il pomo d’Adamo gli spunta grande come una nespola. Dà l’impressione che debba cadere da un momento all’altro, il collo è piegato, le gambe sono sottili, come se fosse sospeso per aria.
Il ragazzo corpulento mi taglia la strada. «Daniel, sei in ritardo.»
«Mi dispiace, non ho niente per voi.»
Il piccolino si nasconde dietro l’amico e mi osserva da sotto la spalla. «Daniel, Daniel, non ti dispiace se controlliamo, vero?» «Vedi tu stesso, lo zaino è vuoto.»
«C’hai preso per stupidi? cos’hai in quella tasca?»
«Non c’è niente.»
Il più grosso mi afferra per le spalle, l’altro fruga nelle tasche.
«Cosa abbiamo qui? Un panino, Daniel, non si fa così. Prendere per i fondelli due amici come noi.»
Faccio spallucce, mi arriva un calcio allo stomaco, mi piego.
Il gorilla mi spinge. «Puoi andare, fesso.»
Si allontanano.
È ora, devo entrare in classe.
Sono al terzo anno della scuola secondaria di primo grado, seduto alla parete più lontana dell’aula e, per fortuna, vicino alla finestra. Puntini scuri, sparsi sulla superficie trasparente del vetro, mi ricordano un’opera di puntinismo. Nel giardino c’è un albero con rami ricurvi verso il basso. Piccole gocce di linfa escono da due cicatrici sul tronco. Le fronde si piegano alla forza del vento. Qualche foglia cade e copre l’erba. Il prato si trasforma in un mare verde smeraldo, la punta dei fili appena tagliati sono verde oliva. Le raffiche di vento alternano il verde smeraldo col verde oliva, come onde nel mare.
La signora Floris colpisce il banco. «Daniel, ti sto annoiando? di cosa parlavo?»
Loredana mi guarda e sorride, avvolge un ciuffo di capelli intorno all’indice e tira verso il basso.
Ma che cosa vuole? Girati da un’altra parte, le ragazze sono strane.
Anche la Signora Floris, chissà chi è il suo pollo.
«Le forme di energia. La principale, quella del sole, è usata dalle piante. Grazie a essa…»
Suona la campana.
«Va bene, andate,» dice l’insegnante.
Salgo sull’autobus e vado su un sedile senza imbottitura.
Arrivati alla mia fermata, lascio il mezzo pubblico. L’odore di scarico delle auto mi entra nei polmoni, tossisco. Sempre uguale, strade ricoperte di lattine, vetri sparsi tra marciapiede e asfalto, buste di plastica lasciate a destra e a manca.
«Ciao amico mio, come stai?»
Non mi aspettavo il gorilla e l’amico, non così presto. «Che cosa volete ancora?»
«Siamo stati tutta la mattina cagando, mi brucia ancora il culo. Ne sai qualcosa?»
Mi scappa da ridere. Copro la bocca con la mano. «Avete mangiato qualcosa che vi ha fatto male?»
Tolgo la sacca dalle spalle. Arriva un pugno in direzione della faccia, lo paro con la borsa. Il gorilla colpisce i libri, scuote il pugno in aria e lo caccia tra le gambe, mi guarda e si massaggia le nocche.
«Ti sei fatto male? Scusami, mi dispiace.» Non è vero, magari si fosse rotto qualche osso.
Si avvicina il piccolino, gli lancio lo zaino sul muso e lui cade a terra. Lo raccolgo, l’amico mi blocca per il collo. Prende il mio polso, gli fa fare una torsione e lo piega indietro, sono immobilizzato. Il mingherlino sputa sulla strada saliva rossa. Vorrei ridere ma non ci riesco.
Un pugno allo stomaco mi toglie il respiro e mi ritrovo sull’asfalto. La polvere si solleva sotto il mio naso, gocce di sangue cadono e formano piccoli crateri rossi, dalla narice mi cola un filo di moccio arancione.
Si allontanano, dovrei restare dove sono, invece mi alzo. «Andate già, amici?» Sfrego la manica sul naso, resta una strisciata rossa e gialla.
Il problema non è risolto e domani sarà tutto come ieri e oggi. No, questa storia deve finire.
«Da bambino hai sofferto molto? Di’ la verità. Qualche umiliazione?»
Il ragazzo corpulento si ferma. «Che cosa stai dicendo?»
«Ti dai delle arie, magari provi a compiacere qualcuno, chi? tuo padre forse? o il tuo capo?»
Il ragazzo aggrotta la fronte, serra i pugni e stringe le labbra così tanto da farle sparire sotto i baffetti.
«Fai di tutto per piacere ai tuoi amici? Sei sempre incazzato con tutti e te la prendi con i più piccoli. Ti credi superiore a me?»
Il piccolo poggia una mano sul ventre dell’altro. «Lasciami fare, ora gli chiudo la bocca.»
«Oppure perché sai che sono meglio di te?»
Il gorilla incrocia le gambe. «Tutto questo per un panino.»
«Non è per un panino.»
«Vorresti fare a botte tutti i giorni?»
Mi avvicino. «Se proprio devo… e tu testa di carciofo?»
Il magro alza lo sguardo, tento di colpirlo sul naso con la fronte. Sbaglio le misure e lo centro più su. «Porca miseria, quanto fa male, sei proprio basso.» Massaggio la mia.
Il piccoletto sogghigna. «Tu, un pirla.» Mi dà una testata al torace, vado giù, si siede sopra il mio stomaco e mi colpisce sulla faccia. Copro il viso con le mani.
Il gorilla gli infila i gomiti sotto le ascelle e lo solleva. «Dai, basta così.»
Il più magro scrolla la polvere e sistema la maglietta dentro i jeans. «Mannaggia, è tutta macchiata di sangue. Chi lo sente il vecchio, ora?»
Il più alto gli dà uno scappellotto. «Andiamo, ci parlerò io con il tuo paparino.»
Ho un sapore ferroso in bocca. Levo il pacchetto di sigarette dallo zaino, ne sfilo una, la accendo e faccio una tirata.
Il magro avvicina il viso al mio, speravo fosse finita. Gli butto il fumo in faccia, chiude gli occhi e tossisce.
«Stronzo, se lo fai ancora ti distruggo.»
Ne faccio un’altra, assaporo la sigaretta.
Una coppia passa sul marciapiede a qualche metro, attraversa la strada e ci osserva dall’altro lato. Apro la bocca e lascio uscire il fumo, gli faccio l’occhiolino e glielo soffio nel naso.
Mi arriva un diretto sulla mascella. Morsico il labbro e uno schizzo mi finisce sulla camicia.
Il grosso trascina l’amico per il braccio. «Andiamo dai, accettiamo l’offerta di Rosso, scarichiamo qualche pacco di patatine.» La loro schiena diventa sempre più piccola, resto a terra e mi siedo sul marciapiede. È ora di andare. Recupero lo zaino e vado al cancello.
Attraverso il corridoio e ruoto il viso dall’altro lato. «Ciao.» Sguscio in bagno.
«Cosa avete fatto oggi a scuola?»
Che ti frega? «Niente.»
Sul piatto doccia scorre un rigagnolo rosso-marrone, come un fiume sporco che porta a valle la terra di montagna, dopo le grandi piogge.
Entro in camera, profumo di deodorante alle pesche. Lancio lo zaino sopra la sedia, infilo le scarpe nella scarpiera. Vado allo specchio, il mio volto è gonfio, sulla schiena una bruciatura. Quando mi hanno bruciato?
Mi butto sul letto, c’è una tela bianca tra i dipinti. Immagino l’albero triste tra l’unione di colori e le bianche fibre di lino. Monto il cavalletto a lira.
La voce della vecchia dalla cucina. «Tra cinque minuti è pronto il pranzo. Per il tuo tredicesimo compleanno ho preparato il tuo piatto preferito.»
Che scocciatura. Tempo più che sufficiente per disegnare l’albero, prendo la matita, metto sul foglio delle linee che occupano tutto lo spazio e faccio i contorni. In alcuni punti cancello e modifico, rifinisco i dettagli. Non è quello che avevo in mente. La forma è strana, quattro zampe lunghe e quattro corte, terminano con dei piccoli artigli, uso diversi colori e toni.
Mi allontano dalla tela, piego la testa, ma che cosa cavolo ho disegnato?
Bussano alla porta. «Vado io?»
«No, apro io,» dice Mamma.
Che cosa è? un granchio? Ha dei tratti sul carapace che ricordano una maschera.
Mi affaccio dalla porta, ci sono due uomini in abito bianco, il più grosso estrae una busta e la consegna a mia madre. Mamma resta immobile sull’uscio, va sulla sedia, la lettera chiusa tra le dita. Vado alla porta, prendo la mano sul braccio del calvo e tiro.
L’uomo mi gira il polso e lo flette. Cado in ginocchio.
«Ci vediamo tra qualche mese, ragazzo.»
Se ne vanno, resto a terra. Che cosa voleva dire?
Mamma solleva lo sguardo e si alza. «Chi ti ha ridotto così? Dobbiamo andare in ospedale.»
Pensa per te e a quello che hai fatto a Babbo.
«Non è niente.»
Mi sposta la ciocca di capelli. «Indossa le scarpe, chiamo il taxi e andiamo al pronto soccorso.»
Ma che rottura. «Chi erano quelli?»