Ragazza africana - Ariel
Maggio, 2021
Zimbabwe
Villaggio del popolo degli Ndebele
La striscia argentea del termometro ha superato i quaranta gradi. Ho di fronte la parete della mia capanna costruita al centro del villaggio. Passo la mano sul grembiule di pelle, sul bassorilievo in mezzo, annerito dal fuoco, c’è la scritta: “con amore, Mamma”.
Il mio pollice, ormai azzurro, spunta dal foro della tavolozza ovale piena di colori, nero, marrone, rosso, arancione, giallo, verde e blu.
Fischio la mia melodia, non ricordo ancora dove l’abbia sentita, ma prima o poi mi verrà in mente.
Oggi voglio imparare a dipingere.
Il giorno del mio tredicesimo compleanno desidero disegnare qualcosa, come fa la mamma e un tempo la nonna. La parete è bianca, dondolo sulle gambe e asciugo la fronte. Non fa per me e ho una cosa urgente da fare. Lascio cadere la tavolozza e appendo il grembiule, infilo una maglietta con i sette colori della pace ed esco.
Cheikh palleggia con la palla. «Dove vai Ariel?»
«In nessun posto, un giretto qua intorno.»
Cheikh poggia il pallone a terra e ci mette il piede sopra. «Vai da sola?»
Che seccatura, spero non voglia venire con me. «Sì, non mi allontano.»
Cheikh abbassa lo sguardo. «Okay, cerca di non perderti.»
«Cosa vorresti dire? Io non mi sono mai persa.»
Il mio amico lancia la palla in aria. «Va bene, come dici tu. Posso venire?»
«Non hai di meglio da fare?»
Cheikh allarga le braccia. «Secondo te?»
«Va bene, vieni con me, ma…»
«Ma? Continua.» Calcia la palla, che si ferma sotto il muro di casa sua. «Aspettami, prendo la borsa e arrivo.»
Spero di arrivare in tempo, prima cha i cuccioli facciano una brutta fine.
Cheikh ritorna di corsa. «Dove andiamo?»
«Conosco un posto bellissimo.»
Entriamo in un sentiero di terra battuta e ghiaia, direzione nord-ovest. Ogni soffio di vento spezza l’erba secca, arriva odore di escrementi misto a profumo di terra. Il tappeto giallo a destra e a sinistra traccia i limiti della strada. Di tanto in tanto, tra i cespugli, la cima di un albero di Baobab offre la sua ombra.
La spalla di Cheikh sbatte contro il mio braccio. Lui rallenta e per qualche metro sta dietro, starnutisce. Si mette al mio fianco e mi sposta di lato. Gli do una spallata, Cheikh esce dal sentiero e inciampa su un sasso.
La temperatura è salita e la pelle inizia a bruciare.
Cheikh tira fuori dallo zaino due maracuja e un coltello, lo infila nella sottile scorza e lo taglia a metà. Me ne allunga una, infilzo la polpa gialla con la punta della lama e la metto in bocca.
«Molto buono, grazie.»
Il ragazzo ripone il pugnale. «Stiamo andando verso il fiume?»
«Sì, lo attraverseremo.»
Cheikh si blocca. «Sei pazza? dovremmo scendere dal pendio?»
Quanto è fifone.
«Se hai paura, non venire.»
Cheikh scuote la testa e mi segue.
Camminiamo tra alberi spogli e qualche ramo secco. I cespugli mi graffiano e lasciano strisce bianche sulle cosce. Arriviamo sul bordo, mi avvicino, la punta dei piedi è a pochi centimetri dall’orlo.
«Cosa fai, vieni con me o aspetti lì?»
Il ragazzo si sporge e guarda giù. «Vengo con te, ma aspettami.»
Scendiamo, il passaggio diventa più ripido. Ci fermiamo su una roccia sporgente e mi affaccio oltre il bordo della rupe. «Dobbiamo superare un dislivello di un paio di metri.»
Cheikh si passa la mano in mezzo alle gambe. «Tu sei tutta matta, la parete ha pochi appigli ed è liscia.»
Alla mia sinistra il precipizio, gli alberi sul fondo sembrano arbusti. Non credevo fosse tanto pericoloso, se dovessimo cadere sarebbe morte certa. Meglio tornare indietro.
Non posso.
«Tu scendi, io mi posiziono sul ciglio e ti allungo le borse.» Avvicino le nostre cose. «Stai attento, mi raccomando.»
Cheikh si siede, scivola un paio di metri più in basso. «Okay, passami la roba.»
Mi siedo e striscio sul bordo del macigno, uno spuntone s’infila nella chiappa. Punto un piede sul lato sinistro e uno su quello opposto. La mano destra è salda su un appiglio, con l’altra reggo la sua sacca.
«Ci arrivi?»
Cheikh scuote la testa, stende il braccio e si allunga con le gambe.
Per me diventa pericoloso. «Io non posso andare oltre.»
Si solleva in punta di piedi. «Non ci arrivo.»
Mi spingo in avanti ancora un po’ e la faccio cadere. Acchiappa la sua borsa, l’appoggia e fa lo stesso con la mia.
«Vieni giù anche tu,» dice Cheikh.
«Non trovo un sostegno sicuro per i piedi, né tantomeno per le mani, le scarpe scivolano, cado!»
Alla mia sinistra c’è il vuoto, il mio amico mi aspetta poco più in basso.
«Non scherzare, sotto di te c’è il burrone!» dice Cheikh.
«Lo so, ma non resisto più.»
Cheikh pizzica la gola, le pupille sono contratte e le sopracciglia increspate. Mordicchia le labbra. «Aspetta, salgo e provo ad aiutarti.»
Si arrampica sul lato dalla parete da dove era sceso poco prima, non ci sono appigli, sbietta.
Prova ancora, i sandali si rompono, nella roccia restano i segni delle unghie e i polpastrelli sono rossi di sangue.
Devo fare un tentativo, sono stanca e sto per cadere. «Provo a lasciarmi andare e aggrapparmi a quella roccia.»
Cheikh si asciuga la fronte. «Quella? No, è troppo lontana!»
«Ormai le dita stanno abbandonando la presa.»
Mi lascio andare, sposto il corpo in avanti e di lato, vado giù per qualche metro. Mi aggrappo alla roccia.
Sono bloccata, ho paura.
Cheikh si sdraia a terra e mi allunga il braccio. «È andata bene, lascia andare la presa e vieni quassù, ti aiuto io.»
Il fondo mi sembra ancora più distante, il cuore inizia a battere più forte e mi pare di soffocare.
«Non guardare giù, guarda me e dammi la mano.»
La stringo e inizio a tremare.
Cheikh sorride, mi tira su e mi butto sul suo petto in lacrime.
Mi ricompongo, apro lo zaino e tiro fuori una bottiglia d’acqua, gliela verso sulle dita e le pulisco con la maglietta. «Grazie.»
«Non ho fatto niente,» dice Cheikh.
«Ti sbagli, andiamo ora, il peggio è passato.»
Alla sponda del fiume, tra gli argini molto alti, il fiume scorre impetuoso.
Cheikh si massaggia il collo. «Come lo attraversiamo?»
«Vedi là? Seguimi.»
Sospeso per aria c’è un intreccio di corde, per lo più consumate e tagliate, sotto di loro l’acqua azzurra e spumeggiante si infrange tra le rocce. Il rumore assordante copre il suono della nostra voce.
Il ragazzo si sporge. «Sul serio? vorresti farmi attraversare il fiume su questo coso?»
«Non essere fifone, è sicuro.»
«Certo, ne ho visti tanti di film, c’è sempre lo sfigato che cade.» Alza i pantaloni. «Meglio fifone che morto.»
Faccio un saltello e sistemo la borsa. «Non ritorno indietro, muoviti se non vorrai diventare un fifone morto.»
«Sempre gentile.»
Afferro la corda di sostegno e, un passo alla volta, con lo sguardo davanti arrivo alla metà del ponte. Le gambe tremano, le corde si tendono e formano un arco verso il fiume. Sono nel punto più basso, poco distante dal corso d’acqua e mi paralizzo. Le gambe non vogliono muoversi. A ogni passo c’è un’oscillazione più lunga. Stringo le funi, dovrei accompagnare il movimento, non ce la faccio, lo contrasto e sono rigida sulle ginocchia. La corda si sfilaccia e arriva un senso di nausea, sto per vomitare.
Cheikh si ferma a pochi passi da me. «Non indugiare, continua a camminare.» Mi prende la mano. «Guardami, Ariel, è sicuro e andrà tutto bene, vieni con me.»
Mi gira la testa e ho le vertigini. Piano e un piede davanti all’altro arriviamo dall’altra parte, centinaia di goccioline brillano sulla sua fronte e io sono ghiacciata.
Cheikh si butta a terra, solleva il braccio destro con il dito medio. «Mi hai spaventato.» Mi corico al suo fianco sull’erba. «Ho sempre pensato di essere io la più forte tra noi due, non è così.»
«Perché hai avuto paura? O meglio, perché ti sei lasciata aiutare? Lo hai affrontato e superato. Quella non è debolezza.»
Mi scaravento sopra di lui e gli faccio il solletico, quando eravamo piccoli gli piaceva un sacco. Mi rilasso e resto un po’ così, sopra il mio amico. Ha un buon odore. Oggi ho imparato qualcosa sulle persone.
Cheikh mi sfiora la schiena con le dita, all’improvviso mi sposta di lato. «Smettila, Ariel, siamo grandi ora, non puoi fare così.» Salta in piedi.
È impazzito, cosa gli è preso?
Si gira, mi metto davanti, a lui, tiene le mani in mezzo alle gambe.
«Che ti succede?»
«Niente, lasciami in pace.»
«Cos’hai lì? Fammi vedere.» Provo a spostargli le braccia.
Scappa e lo inseguo ridendo. «Non ti vergognare, è normale,» urlo.
Arriviamo in un prato circondato da alberi con le foglioline verdi brillanti e bordi ondulati. I fiori, simili a campane rosa, rilasciano nell’aria un profumo dolciastro, per me intenso e piacevole. Hanno delle venature più scure che convergono al centro, sembrano indicare l’ingresso. Gli insetti escono carichi di polline. Di fronte a noi c’è un albero a cui manca la maggior parte della corteccia, intorno al tronco risale, come un grosso serpente attorcigliato, una pianta rampicante.
Prendo un telo dallo zaino, lo stendo all’ombra, sistemo ogni lato e mi lancio sopra. Allargo le gambe e le braccia, la treccia Cornrow Braids si estende tra la terra e l’erba.
Cheikh è seduto su un fusto rovesciato e rovista tra le sue cose.
Un gruppetto di farfalle amoreggia tra la vegetazione, una si avvicina, le ali scure si muovono lente, scende e viene verso di me, i margini arancioni contrastano l’azzurro del cielo. La farfalla si cala sul mio petto, ha strisce bianche e quattro punte sulle ali, le apre e chiude piano, non ne avevo mai incontrato una così tanto vanitosa. Pochi minuti e si alza in volo, la seguo con lo sguardo fino al cespuglio che segna il confine tra il prato e gli alberi.
Tra gli arbusti c’è un fruscio di foglie, alcuni rami si spostano.
«C’è qualcosa nascosto da quella parte.»
Si fanno vedere. Sembrano cagnolini di peluche, corpo magro, zampe sottili e lunghe, a tratti senza pelo, con piccole macchie, come dipinti con pastelli a olio. Il muso lungo, occhi simpatici e orecchie simili a racchette da tennis da tavolo. La zona centrale della coda è bianca.
«Cosa ci fanno cuccioli di licaone senza il branco?»
Cheikh li osserva un minuto. «Capita che il branco li lasci soli durante la caccia.»
«Può anche essere. Significa che la tana è da queste parti?»
Il ragazzo deglutisce. «Il gruppo dovrebbe tornare a momenti, è già tardi e loro non cacciano a quest’ora. Meglio andare, rimanere sarebbe pericoloso.»
«Ci nascondiamo e aspettiamo gli adulti.»
Cheikh si siede e pizzica le labbra, ma non ribatte.
Mangiamo, è arrivata sera senza che me ne sia accorta. È tardi e dobbiamo prendere una decisione. «Non è possibile che lascino soli i piccoli per tutto questo tempo.»
Cheikh fruga nella sua borsa. «Forse non sono i cuccioli di una femmina Alfa. Se la madre è morta, è probabile che siano stati abbandonati dal branco.»
«Non possiamo lasciarli qui, moriranno.»
Cheikh strofina il naso con il dorso della mano. «È la legge della natura. Dobbiamo andare, non c’è tempo.»
Vado da lui, indietreggia, inciampa e finisce con il sedere per terra. «Ho capito, ora calmati, mi fai paura, proviamo a catturarli.»
«Non ‘proviamo’.»
Cheikh solleva lo sguardo al cielo. «Okay, li catturiamo.»
Si è lasciato convincere troppo presto. «Come?»
Leva un contenitore dallo zaino. «Semplice, con il cibo.»
Prendo la carne affumicata, la taglio in più pezzi e la colloco a qualche metro da loro.
Cheikh spezza dei rami, sceglie i più dritti. In ognuno passa il coltello e li intreccia tra loro.
Spuntano i cuccioli con il muso all’aria, si muovono in varie direzioni.
«Non si avvicinano!»
Cheikh è disteso sul prato con un legnetto in bocca, le gambe incrociate e braccia sotto la nuca. «Lo faranno, un po’ di pazienza.»
Il più piccolo, con l’orecchio tagliato, sembra il meno timido degli altri, prosegue a zig-zag, arriva nei pressi del pezzo di carne, lo annusa e lo mangia.
Gli altri sei cuccioli lo imitano. Lancio il cibo meno distante da noi, saltellano con il muso in alto. Ne lascio altri, i cuccioli vengono dalla nostra parte.
«La gabbietta è pronta.»
È stato bravo. Oggi Cheikh mi ha sorpreso.
«Wow, bellissima.»
Infiliamo gli ultimi pezzi di polpa all’interno del trasportino improvvisato. I cuccioli girano intorno a essa, annusano l’ingresso. Orecchio Tagliato entra, gli altri lo seguono. Accarezzo i piccoli. Loro escono e annusano le mie mani. Infilo altra carne all’interno e rientrano. Il cibo è finito, si sdraiano dentro.
Cheikh lega l’ultima sponda. «Dimmi la verità, sapevi di questi cuccioli?»
«Certo, dovevano essere salvati. Ho qualcosa sulla schiena, controlli?»
Solleva la maglietta senza sfiorarmi la pelle.
«Non ho malattie contagiose, puoi toccarmi, non mordo.»
«Hai un segno circolare rosso, grande quanto un’unghia, sembra una bruciatura, forse sei stata punta da qualche insetto.»
«Passerà, andiamo ora.»
Camminiamo verso il villaggio, reggo la gabbia sul petto. «Quello è mio padre.» Aumento il passo.
Mio padre ci viene incontro, ha una busta in mano. Con lui ci sono due uomini in abito bianco.
«Papà, guarda: cuccioli senza branco. Potresti portarli nella riserva?»
Mio padre la solleva e guarda all’interno. «Vieni dentro, Ariel.»
«Tutto bene, Papà?»
«Entra per favore, dobbiamo parlare.»
«Chi erano quei signori?»