In fondo è giusto così; che le cose, belle o brutte, allegre o tristi, felici o infelici, finiscano in una giornata d'autunno come questa, grigia e un po' piovigginosa. È una mattina non troppo fredda di fine ottobre, avvolta in una nebbia sottile che sfuma i contorni delle case circostanti e smorza i colori vivaci delle rose gialle e rosse che costeggiano il vialetto fino al cancello.

Oggi mi sento diverso dal solito, e non potrebbe essere diversamente all'ultimo giorno di lavoro prima della pensione. Il tempo sta per scadere e niente può più essere cambiato. Non da me e non per me. È quasi finita e il disagio mi si appiccica addosso come queste gocce d'acqua. La sensazione di perdita prevale sulle altre emozioni, e fa un po' male anche la certezza di lasciare un mondo del lavoro diverso e peggiore di quello trovato al momento dell'assunzione. Certo io, soldatino di trincea, piccolo impiegato lontano spazi incolmabili dal cuore dell'impero, non ho particolari rimproveri da muovermi; tuttavia l'inquietudine, accompagnata da un vago senso di colpa, non mi abbandona. In un certo qual modo è come se quarantacinque anni di lavoro perdessero di colpo ogni rilevanza. Non resta più nulla di questa mia epoca, l'utilità della mia stessa esistenza è messa in discussione.

Sbatto il cancelletto dietro di me più forte del necessario. Il metallo bagnato vibra e una cascata di gocce cade al suolo. Non l'ho fatto apposta, ma non escludo un'involontaria e inconscia reazione di rabbia. Ho le dita inumidite e infilo le mani in tasca. Per strada c'è poca gente, sempre di meno, e non è una semplice impressione. Mancano le schiere di individui liberati dalla necessità e dall'obbligo, adesso rimpianti, di uscire presto il mattino. Le delocalizzazioni e l'automazione sempre più incalzanti hanno liberato dal lavoro legioni di impiegati e di operai, consegnandoli al precariato di piccole occupazioni part time e all'emarginazione permanente.

Il mio stesso ruolo da stasera sarà solo un ricordo. Non sarò sostituito. Nessun giovane da istruire, nessuna consegna da passare. Ci penserà l'intelligenza artificiale a occuparsi di tutto. Da molto tempo ho smesso di pensarmi indispensabile, ma proprio così inutile non l'avrei immaginato possibile. Obsoleto, ridondante, superato nella persona e nel ruolo. Nessuno ha mai parlato di licenziamento e non c'è mai stato il minimo gesto di insofferenza nei miei riguardi, anzi, fino all'ultimo sono riusciti a raccontare della mia utilità al progetto comune. Mi hanno mentito senza neppure porsi il problema, senza emozione e senza cattiveria, senza volermi né bene e né male, nella più totale indifferenza. Perché questa è la realtà di un grande istituto di credito governato dall'intelligenza artificiale. La crescita e la produzione di utili come unico obbiettivo. Mi tocca lo stesso destino di decine, di centinaia di milioni di altri lavoratori, quanti esattamente è impossibile saperlo. Le statistiche sono costruite a misura di menzogna, sono un trucco, rappresentano mappe di territori inesistenti. Per risultare occupati è sufficiente lavorare due ore al giorno per trentacinque settimane, o avere un impiego per novanta giorni all'anno. È così che i governi decantano il successo della piena occupazione.

Cammino.

Tappeti di foglie rendono i passi felpati, silenziosi. Ho sempre amato questo viale tranquillo, dove vivo da così tanto tempo da conoscerne a memoria ogni singolo dettaglio, ogni più piccola crepa sul marciapiede, l'esatto percorso dei rivoli di pioggia sull'asfalto, i cigolii delle finestre che danno sulla strada.

Rallento il passo. Proprio l'ultimo giorno non voglio perdere il più piccolo particolare di quello che mi circonda. Attraverso la strada lontano dalle strisce pedonali come faccio ogni mattina solo per sentire più forte il profumo di pane fresco che inonda mezzo quartiere dal negozio del fornaio, porta aperta estate e inverno.

Più avanti il solito tombino sollevato dall’asfalto e mai sistemato potrebbe farmi inciampare, la targa annerita dello studio notarile che non fa una bella impressione, e un filo d’aria fredda che mi frusta la fronte all'incrocio. Volano foglie dai tigli.

Arrivato all’agenzia della banca un sensore riconosce l’impronta del pollice e avvia un complesso sistema di controllo al termine del quale si spalancano le porte e posso entrare. Il solito pensiero stupido mi prende, chissà perché, come ogni mattina; immagino che dei rapinatori potrebbero tendermi un agguato per infilarsi nei locali approfittando della mia presenza. Meglio così che tagliarmi il pollice come si vede in alcuni film improbabili.

A dire il vero non c’è rimasto molto denaro da proteggere. Il contante è caduto in disuso. Quasi tutte le transazioni sono impulsi nell’etere, codici binari che filano alla velocità della luce dentro chilometri di cavi e fibre ottiche che avvolgono ogni locale, nascosti nei muri e sotto i pavimenti. Prima era tutto diverso; poca elettronica e tanti soldi, banconote fascettate accuratamente e impilate in caveau. Adesso quasi tutto funziona con la moneta elettronica, speriamo che non vada mai via la corrente elettrica altrimenti sono guai per tutti.

I cassieri, quelli veri in carne e ossa, sono stati tra i primi a cadere e a scomparire dalle trincee nella guerra globale avviata contro il lavoro. Seppelliti i cadaveri, nessuno dalle retrovie è mai stato chiamato a rimpiazzarli. Retrovie che a loro volta si svuotavano senza posa; interi uffici scomparivano da un giorno all’altro senza troppe cerimonie e rimpianti. Delocalizzazioni, trasferimenti, allontanamenti incentivati e volontari. Tutte persone cancellate, svanite.

Pian pianino i computer avevano occupato ogni posto disponibile; dopo i cassieri era toccato ai consulenti, sostituiti da una schiera di Cinzia, Alberto, Giovanni, Laura, Francesca; esseri letteralmente virtuali, belli e imperturbabili, affabili, senza mai un mal di denti, una pena del cuore o un figlio malato a turbarne i pensieri e le azioni. Nome, età, sesso, aspetto; tutto, tranne i contenuti, poteva essere creato dal cliente stesso secondo i suoi personalissimi gusti.

Sono le dieci e c’è poca gente; nessuno in coda alle casse automatiche e otto punti di consulenza su dieci sono vuoti. Lavorano soltanto Valentina, che spiega l’andamento dei tassi a un ragazzo interessato soprattutto alla scollatura, e Domenico, elegante cinquantenne creato da due anziani coniugi in cerca di consigli d’investimento.

I programmi di Valentina e Domenico sono simili ma non identici; le diversità, più di forma che di sostanza, sono tarate sui profili dei clienti che ne richiedono la consulenza, e hanno come funzione principale quella di alimentare il più possibile l’illusione di trovarsi di fronte a esseri umani e non a tristi programmi da videogiochi. La finzione cerca agganci nella realtà.

Seguo tutto ciò che accade da una postazione video sistemata in quello che fino a poco tempo fa era l’ufficio del direttore. Trasferito ad altri incarichi, non è mai stato rimpiazzato per la semplice ragione che non c’era più nulla da dirigere o coordinare. Le cose vanno avanti da sole. Male, ma vanno avanti da sole. Io fungo da supervisore, ma è un ruolo quasi inutile, potrebbe essere ricoperto da un bambino di dieci anni. Presidio fisicamente questo spazio di solitudine diventato enorme e mi considero un sopravvissuto. Difendo l’ultima frontiera prima del nulla.

All’inizio non era così, avevo molto da fare. C’erano “buchi” anche imbarazzanti nei sistemi e nei programmi. Poteva capitare che un piccolo calo nel flusso di energia elettrica causasse la disintegrazione istantanea dell’olografia del consulente, lasciando a bocca aperta gli sconcertati clienti. Oppure che le macchine non fossero in grado di reagire in modo appropriato di fronte a situazioni particolari, troppo umane, come nel caso di un bisogno estremo di soluzioni personalizzate e confidenziali. Allora intervenivo io, a sistemare, a tamponare.

Da tempo tuttavia non accade più alcun inconveniente, i programmi sono sempre più precisi e completi, così mi diverto a osservare con attenzione tutto quanto accade in questi dialoghi surreali tra clienti veri e consulenti finti. Sono molto bravi, e piano piano i programmatori hanno saputo ricostruire in questi ologrammi persino adeguate espressioni del viso, rendendoli sempre più autentici, sempre più umani.

Oggi è un giorno tristissimo poiché nelle alte sfere, peraltro sempre più impalpabili, indefinite, irrintracciabili, hanno deciso che anche la mia figura professionale possa abbandonare la scena definitivamente. In agenzia non rimarrà più nessuno. È un processo di epurazione che terminerà solo con la totale scomparsa del lavoro umano.

È solo questione di tempo e toccherà anche a quelli che stasera brinderanno alla mia pensione e all’ulteriore risparmio sui costi che questo comporterà. Tutto, come sempre, per il bene degli azionisti. Curioso conflitto d’interessi, visto che anch’io sono un azionista, e di conseguenza dovrei gioire del taglio di me stesso.

Non mi convince quest’avidità senza limiti, questa mancanza di valori che non siano legati al guadagno, l’unico obiettivo aziendale, dimentichi di ogni funzione sociale. Si è fatto tardi, è l’una, e la mia giornata lavorativa sta per finire. Il sole ha rotto la coltre di nebbia e di pioggia, fuori adesso è tiepido e la piazza pullula di persone che, non avendo più niente da fare, osservano il tempo passare, seduti sulle panchine.

Via Internet il capo del personale, non ne ho la certezza ma nutro il sospetto che si tratti dell’ennesima creazione virtuale, mi ringrazia per la collaborazione di tutti questi anni. Lo studio con attenzione. Mi piacerebbe capire se anche lui è un semplice ologramma creato dall'intelligenza artificiale.

Mi concentro e lo fisso. Colgo una piccola increspatura anomala nel viso e nel sorriso, e scateno dentro la mia mente una gigantesca catena di associazioni di idee che mi portano a concludere che con un alto livello di probabilità non ho di fronte un essere umano, ma l'ennesima creatura virtuale. Virtuale o no, è gentile e affabile, e io mi sforzo di esserlo altrettanto.

Quando la figura sparisce dal video, sfilano i numeri del mio conto corrente, dove sta affluendo, in questo preciso istante, il denaro dell’ultimo stipendio e del trattamento di fine lavoro. In tempo reale. Non vogliono che si perda ulteriormente tempo con la mia presenza. Prima me ne andrò e meglio sarà.

Ho una visione; mia nonna che racconta i giorni di paga, tutti in fila al reparto contabilità, operai, impiegati e commessi viaggiatori. Decine e decine di uomini e donne pronti a ritirare la busta con le banconote. Un’azienda grande come un villaggio. Ricordi di un passato lontano un secolo che sembrano mille anni...

È proprio tardi, devo andare... stavolta è davvero finita... E se fossi virtuale anch’io?

CRITPOANIME


Copertina del romanzo

criptoanime

Lara, delusa dalla vita, accetta di partecipare a un piano rischioso ideato da Alcide, un bancario senza scrupoli: rubare una fortuna in bitcoin. Ma niente va come previsto. In questo thriller psicologico, tra violenza e ambiguità, i protagonisti affrontano scelte estreme e mettono in discussione sé stessi.

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